Se il vero pericolo è il populismo 

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La campagna elettorale è cominciata alla grande: a chi le spara più grosse tra promesse fasulle e dati economici gonfiati e strumentalizzati propagandisticamente. Dopo quello di Berlusconi, spunta ora un altro milione di nuovi posti di lavoro di Renzi! I dati Istat sull’andamento della occupazione in Italia nel corso dello scorso anno hanno inorgoglito Renzi (Gentiloni è stato un pò più cauto!) che li ha sbandierati ai quattro venti come un successo del suo Governo e di quello, copia-incolla, del suo successore.

La crisi è finita hanno ripetuto, ad ogni piè sospinto, i renziani con non malcelata soddisfazione. Siamo usciti dal tunnel e si prospettano per tutti tempi più felici. Ma la realtà è davvero quella descritta da Renzi e dal PD o il giglio magico ed il coro leggono i dati a modo loro strumentalizzandoli, con una buona dose di populismo, ponendo in risalto le cose positive e omettendo quelle negative? L’opposizione, di destra e di sinistra, ha rilevato che i renziani più ortodossi hanno finito per dare i numeri! Come stanno davvero le cose? Vediamole in breve. Secondo l’Istat gli occupati in Italia alla fine del 2017 ammontano a 23.082.000: 246.000 in più dell’anno precedente. La disoccupazione è scesa all’11%, quella dei giovani al 34,7%. Sono i livelli più bassi dal 2012. Dal marzo 2015 (data di approvazione del Jobs Act) al dic.2017 gli occupati sono cresciuti di 850.000 unità. Tutti effetto delle nuove norme del Jobs Act, dell’abolizione del famigerato art. 18 e della nuova tipologia del contratto a “tutele crescenti”?

L’Istat rileva alcune particolarità: molti più occupati al di sopra dei 50 anni che al di sotto dei 34/49 anni: in questa fascia sono diminuiti nell’ultimo anno 161.000, negli over 50 sono cresciuti di circa 400.000. I dati, però, vanno analizzati e, possibilmente spiegati. Innanzitutto la crescita ha riguardato tutti i paesi europei e il tasso di occupazione italiano è il penultimo in Europa: peggio di noi sta solo la Grecia. L’aumento del numero dei lavoratori a termine è nove volte superiore a quelli a tempo indeterminato e il 18% degli occupati a termine è solo per qualche ora al giorno o addirittura alla settimana. Infatti alla crescita dell’occupazione, salita oltre i livelli del 2008, il numero delle ore lavorate è diminuito di circa 1 miliardo e 100 milioni. Per l’Istat, infatti risulta occupato anche chi lavora una sola ora nella settimana nella quale viene effettuata la rilevazione. Anche l’occupazione dei giovani cresce anche se, però, per oltre il 90%è a termine. Cosa succederà quando finiranno (a fine gennaio!) i benefici previsti dal Jobs Act?

Altro dato preoccupante: i giovani migliori (compresi gli immigrati) continuano ad andare nei paesi nord europei e persino della Francia, Germania, Spagna, Belgio ed Austria, dove trovano più facilmente un’occupazione più confacente alla propria professionalità e con una migliore retribuzione. Anche in questo settore peggio di noi sta solo la Grecia. Quali le conclusioni del classico buon padre di famiglia che viene bombardato da notizie e dati prezzolati dai media e dalle televisioni che non è sempre in grado di valutare? Prima considerazione: la precarizzazione del lavoro procede spedita verso una stabilizzazione strutturale e una progressiva marginalizzazione del lavoratore che non gode più di una tutela privilegiata in quanto parte più debole del rapporto di lavoro nel quale la funzione del datore di lavoro (spesso multinazionali) ha assunto potere di vita e di morte. L’economia globalizzata è sempre più fondata su bassi salari e sull’annullamento di diritti e garanzie. Altro che contratti a tutela crescente; ci avviamo a marce forzate verso l’abolizione della contrattazione collettiva sostituita dalla contrattazione individuale come auspicano apertamente alcune associazioni di imprenditori come quella del Piemonte.

Il povero lavoratore si trova alla piena mercé del datore di lavoro che può sempre delocalizzare o licenziare. Aziende come Amazon e Ryanair fanno da apripista. Il progressivo impoverimento del ceto medio e l’accumulazione di enormi ricchezze nelle mani di poche persone (l’8% possiede la ricchezza di più della metà della popolazione mondiale!), fanno aumentare la povertà che nel nostro Paese, checché ne dicano Renzi, Berlusconi e Gentiloni, sta assumendo aspetti vergognosi e creano insicurezza, paura, sfruttamento, malattie e mortalità in chi non può permettersi di pagarsi le cure. Altro che dentiere per anziani e pasti per cani! Siamo al populismo più sfrenato e becero che non ha alcun rispetto per l’intelligenza del cittadino sempre più considerato cliente.

Infine la cancellazione, ormai palese, di principi fondamentali della Costituzione, a cominciare dall’art. uno: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e dall’art. 36 “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” la dicono lunga sulla faciloneria di certi politici (giovani senz’arte né parte, pregiudicati incalliti, razzisti arroganti, venditori di favole!) che si candidano al governo del Paese. La libertà e la dignità non possono trovare riconoscimento alcuno se non nel concetto di dignità del lavoro e di un equa retribuzione!

di Nino Lanzetta edito dal Quotidiano del Sud