Se la politica si fa commissariare

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Ancora una volta la politica si è fatta commissariare. La decisione del Capo dello Stato di chiamare Mario Draghi è figlia dell’incapacità dei partiti di trovare una soluzione ad una crisi politica incomprensibile. L’opinione pubblica ha assistito disorientata ad una crisi di governo nel mezzo di una pandemia che oltre ad una crisi sanitaria ha prodotto una crisi economica proprio a seguito delle misure imposte per contrastare e limitare la diffusione del virus. Le priorità dei cittadini non sono cambiate: lavoro, salute, sicurezza e un ritorno alla normalità. Emergenze che la politica deve risolvere e non affastellare e che devono trovare al più presto una soluzione. In gioco non c’è solo la nascita di un altro governo ma occorre avviare con senso dello Stato un’autentica ricostruzione del Paese piegato dalla pandemia. L’urgenza è quella di attivare al più presto i 209 miliardi del Recovery Fund indicando gli obiettivi specifici di ciascun progetto ma per far partire questa fase c’è bisogno ovviamente di chiudere la tregua armata tra i partiti e ripristinare un’agenda dove la politica torni protagonista e recuperi quella credibilità perduta in queste lunghe giornate della crisi. Il punto chiave è proprio questo la distanza che si è creata tra lo spazio politico e i cittadini, una situazione che il politologo Carlo Galli descrive così “la vera notizia è l’indifferenza, un’indifferenza da sfinimento che va oltre l’indignazione, l’esasperazione e la rabbia; non è gridata, né agitata. Le molte società frammentate di cui è composta l’Italia hanno perduto l’orientamento, si chiudono su sé stesse per andare avanti nella speranza che un po’ di amministrazione funzioni, che i ristori prima o poi arrivino, che le vaccinazioni, pur tra ritardi si facciano; ma non si aspettano nulla dalla politica; non credono che alcun cambiamento passi per di lì. Gli italiani stanno per precipitare nella post-politica. Questo micidiale combinato disposto di Covid, crisi economica, crisi di governo, crisi di comprensione e di legittimazione della politica, è la vera emergenza che mette a rischio la qualità della nostra democrazia”.  In questa cornice finora le mosse sono state tattiche o strategiche a seconda della convenienza e i contenuti possono essere approfonditi o meno, senza una visione di insieme. E in questo mancato disegno che i partiti hanno perso credibilità e l’unico punto di equilibrio è diventato il Capo dello Stato che sta esercitando il mandato con senso del servizio e del limite e non con senso del dominio, per usare una sua espressione.  L’incarico a Draghi nasce da questa esigenza rimettere le lancette di un orologio, ormai fermo, di nuovo a posto. Il Presidente del Consiglio incaricato deve adesso offrire al Paese una soluzione per non lasciarlo preda dei suoi enormi problemi senza diventare ostaggio dei veti incrociati dei partiti che hanno paralizzato la maggioranza dell’esecutivo Conte. Un premier tecnico per dare una risposta politica ad una crisi senza precedenti. Una legislatura travagliata, siamo al terzo governo dal 2018, ci dà la rappresentazione e la misura di un fallimento delle forze politiche, con due maggioranze diverse, tra di loro, che si sono frantumate tra diffidenze reciproche e interessi opposti. Non sarà un compito facile quello che attende Draghi, i partiti non rinunceranno facilmente proprio ai loro interessi per non perdere consensi di fronte ad un’opinione pubblica sconcertata, ma la strada l’ha indicata lui stesso quando dopo il colloquio con Mattarella ha detto che occorre una risposta responsabile dei partiti perché le sfide sono vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, offrire risposte ai problemi quotidiani, rilanciare il Paese avendo a disposizione le risorse straordinarie dell’Europa e la possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale.

di Andrea Covotta