Se manca una politica comune

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Sta per finire quest’agosto molto diverso dai due precedenti. Nel 2018 al potere c’era la strana alleanza giallo-verde. Salvini e Di Maio sembravano i nuovi padroni del paese e il Presidente del Consiglio Conte contava meno dei due vicepremier. L’anno scorso il grande ribaltone. Dopo aver invocato i pieni poteri sulla spiaggia del Papeete Matteo Salvini fa cadere il governo. Nasce una nuova strana alleanza tra i “nemici” PD e Cinque Stelle. Il 2020 e quest’agosto che sta per finire sono invece caratterizzati dal Covid. La pandemia è il grande incubo e più si avvicina la ripresa dopo la pausa estiva e più crescono le paure. Molti analisti definiscono questo come il tempo sospeso in attesa che qualcuno copra le nostre ansie. La politica è immobile. Si attendono le elezioni amministrative e il risultato del referendum come il nuovo gong dal quale ripartire. In queste acque stagnanti è stato Goffredo Bettini, uno degli uomini chiave del Pd, a delineare un nuovo orizzonte per la coalizione che si è insediata un anno fa al governo del paese. Secondo Bettini la maggioranza deve reggersi su tre gambe politiche: quella della sinistra rappresentata dal PD, quella populista incarnata dai Cinque Stelle e quella moderata che dovrebbe essere guidata da Matteo Renzi. Uno schema costruito a tavolino da un politico (uno dei pochi oggi in Italia) abituato a costruire architetture e ad inventare candidature politiche di respiro nazionale. Il difetto dello schema bettiniano del 2020 è però nell’assenza di una politica comune che, almeno per il momento, nemmeno si intravede nella coalizione di governo. Ognuno dei suoi protagonisti suona il suo spartito e come si è visto nella trattativa per le regionali le distanze tra Pd e Cinque Stelle sui territori sono evidenti. L’alleanza non è mai maturata ed è rimasta solo la somma di partiti e movimenti che avevano e hanno l’obiettivo di evitare un esecutivo Salvini-Meloni. Troppo poco per costruire intese di lungo periodo. Manca inoltre una guida autorevole come quella del Romano Prodi dell’Ulivo che nel ’96 riuscì a federare forze diverse, ci pensò Bertinotti a rovinare una coalizione che poteva dare i suoi frutti. Conte, più che avere un suo progetto, media tra posizioni diverse, è un abile negoziatore di patti scritti da altri. L’unico spazio che lucidamente Bettini vede è quello del centro che effettivamente è oggi un luogo libero. La crisi che sta investendo Forza Italia e il mancato decollo del partitino di Renzi hanno scoperto un posto politico nevralgico. I vuoti in politica sono destinati ad essere coperti ma al momento non si intravedono leader e progetti in grado di essere attrattivi per l’elettorato moderato. In quest’epoca sospesa siamo di fronte a due schieramenti che di moderato hanno poco o nulla. A destra il populismo di Lega e Fratelli d’Italia, nell’altra metà del campo una sorta di sinistra radicale e giustizialista. In questo contesto l’analisi di Bettini appare troppo ottimistica. Pd-Cinque Stelle e renziani dovrebbero prima trovare le ragioni del perché stanno insieme e solo dopo capire quale campo coprire. Il Partito democratico nacque per unire le culture del cattolicesimo democratico, del riformismo e dell’ambientalismo. Una forza che doveva essere maggioritaria ed invece a distanza di pochi anni quest’esperimento non ha funzionato. Tornare indietro senza però nemmeno la capacità programmatica di diesse e Margherita sembra più un modo per restare al governo che una prospettiva politica. Come ha scritto anni fa Luciano Bianciardi “la politica ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere”. Una lezione purtroppo ancora di stringente attualità.

di Andrea Covotta