Se manca una visione d’insieme

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Una legislatura nata nell’incertezza e senza nessun vincitore. Dopo due governi e due maggioranze diversissime tra loro questa situazione permane. Del resto è impossibile far rientrare il dentifricio uscito all’interno del tubetto. Conte non è un Presidente del Consiglio legittimato da un voto popolare e già questa è la prima anomalia non per la Costituzione, che assegna pieni poteri al Parlamento e al Presidente della Repubblica, ma per le forze che lo hanno sostenuto all’inizio. I Cinque Stelle e la Lega di Salvini hanno passato anni ad attaccare i governi Monti, Enrico Letta, Renzi, Gentiloni, nati in Parlamento e non supportati da un voto popolare, salvo poi indicare come premier un avvocato che non si è nemmeno candidato alle elezioni. Fragile l’intesa Cinque Stelle-Lega che è durata poco più di un anno, fragile l’intesa Cinque Stelle-PD. Nel primo caso era un Matteo (Salvini) a dettare l’agenda, nel secondo è un altro Matteo (Renzi) che fa scorrerie e rende precaria la vita dell’esecutivo. Non solo Renzi per la verità, il clima all’interno della coalizione non è mai tranquillo e il governo resta perennemente in bilico ma al momento nessuno ha la forza e la voglia di affondarlo. Ci si muove per protagonismo e a volte per miopia politica. Chi lo fa conta di lucrare qualche piccolo vantaggio elettorale. Non possiamo dunque stupirci se in questa situazione l’Europa ci continua a guardare con diffidenza. Conte fin qui si è dimostrato un abile navigatore ma senza un’identità politica. Questa sua caratteristica gli ha consentito di formare e guidare due governi, deboli e rissosi. Ora è abbastanza improbabile immaginare che lo stesso Conte guidi un altro governo e allora questa maggioranza è “costretta” a stare insieme ma dovrebbe farlo definendo se non le condizioni di una pace duratura almeno di una tregua. Lo spirito di coalizione non è mai nato ma la paura di un voto anticipato è un ottimo collante. Il Paese oggi ha testa e cuore da un’altra parte. Siamo ancora in piena emergenza. Il virus non è stato sconfitto e contemporaneamente c’è una difficilissima situazione economica.  Il doppio trauma dovrebbe servire da lezione per il governo e per l’opposizione ma non riesce a fermare chiacchiericcio e polemiche. Servirebbe un’inversione di tendenza.

Ci sono problemi enormi da affrontare: Europa, lavoro, giustizia, immigrazione. Temi che hanno bisogno di risposte e soluzioni. Le ricette economiche si sprecano ma tutte devono fare i conti con una idea del Paese che al momento manca. L’emergenza sanitaria aveva offerto un elemento di coesione che però si è disperso ed è tornata la fragilità e la confusione accompagnata da una paralisi che nasce dai veti incrociati. Il nostro è un paese molto indebitato ma il governo ha messo in cantiere due provvedimenti importanti: il cura Italia vale 25 miliardi e il nuovo decreto rilancio, 55 miliardi. Il via libera a quest’ultimo provvedimento è arrivato dopo giornate lunghe ed estenuanti, trattative fatte da rinvii e passi indietro, poi i partiti della maggioranza hanno deposto le armi trovando finalmente un accordo. La mediazione più difficile quella sulla regolarizzazione dei migranti. Una questione che ha fatto emergere nel movimento cinque stelle un’antica nostalgia per l’ex alleato Salvini a cui soprattutto Di Maio non voleva offrire uno spunto per l’ennesimo spot da campagna elettorale. La ripartenza non poteva arenarsi su piccoli giochi tattici e dunque il via libera è arrivato. Su tutto il decreto però aleggia un’aria da assenza di strategia. Il governo ha messo in campo  uno sforzo finanziario notevole ma senza una visione d’insieme solo tanti piccoli compromessi, non c’è un disegno o un’idea di futuro solo di presente.

di Andrea Covotta