Serve un progetto politico

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Il via libera dell’esecutivo europeo al Recovery plan italiano rimette al centro della scena politica la questione economica. E’ un primo passo e mette tutti i partiti nella condizione di poter incidere nell’azione del governo Draghi. Il PD non intende limitarsi ad agire solo in nome della responsabilità. Una scelta già pagata a caro prezzo durante la stagione di un altro governo di larghe intese quello guidato da Mario Monti. Draghi ha un’agenda molto diversa rispetto all’allora professore bocconiano, meno rigore e precise ricette per la ripartenza dopo la pandemia. Un altro clima insomma, ma è utile ricordare che dopo gli anni di Monti a crescere non furono le forze responsabili ma l’opinione pubblica si affidò alla rivolta populista e anti casta. Enrico Letta per non disperdere consensi e per dare una linea identitaria al partito si è affidato a proposte di sinistra e ad una polemica a distanza con Salvini. Un posizionamento tattico più che una strategia. Il PD è entrato in un governo dove non è azionista di maggioranza ma dove può far valere il peso della sua tradizione europeista ed evitare che questo governo diventi l’incubatore di una svolta a destra nella prossima legislatura. Non deve commettere l’errore compiuto quando ha fatto parte dell’esecutivo Monti che non portò ad una vittoria del PD dopo il voto ma, anzi, fece il gioco della destra berlusconiana che si ritrovò al governo almeno nella fase iniziale della legislatura. Oggi il partito democratico è ad un bivio e deve ricostruire pezzi andati in frantumi, sciogliere nodi irrisolti e per farlo c’è bisogno di una visione, di una iniziativa politica in grado di influenzare l’azione del governo e di recuperare una credibilità perduta. In uno schema bipolare l’alleanza con i Cinque Stelle può anche essere una necessità ma non una priorità. Letta e Conte hanno bisogno l’uno dell’altro, entrambi però dovrebbero prima costruire i loro rispettivi campi. L’alleanza sta procedendo a livello nazionale ma stenta a decollare nei territori. Il PD per individuare i candidati nella prossima tornata amministrativa si è affidato in alcuni casi alle primarie mentre in altri, vedi Napoli e la Calabria, è prevalso il criterio di ricercare l’intesa con i Cinque Stelle e la scelta è stata affidata ai leader e non agli elettori. Mosse non molto comprensibili. Le primarie o sono un metodo per selezionare la classe dirigente oppure vanno accantonate, questo sistema ibrido è la soluzione peggiore. Come ha scritto Massimo Cacciari “nella sostanza si tratta di una trasposizione del meccanismo del sondaggio alla dimensione della procedura elettorale, e di schiacciare poi su quest’ ultima il significato stesso di democrazia. Meglio così che non parlare mai, neppure per monosillabi di Tizio o Caio, come appunto nelle primarie avviene. E sono ancora d’ accordo – meno d’ accordo sul fatto di essere destinati ad accontentarci sempre del meno peggio, presentandolo magari come una provvidenziale trovata. Tale forse le primarie avrebbero potuto essere se concepite come l’esito di un processo di discussione e confronto all’ interno di una forza politica dotata di una propria, per quanto mobile identità. Le primarie servono, allora, per designare il migliore interprete, non certo per stabilire la partitura da suonare. Non è ragionevole pensare di sostituire congressi con primarie, definire strategie politiche chiedendo al proprio “popolo”(a propositi di “populismi”) chi sia il direttore più adatto”. La partecipazione per un partito è un elemento importante ma ancora più importante è avere chiara la propria missione, il rapporto con un elettorato di riferimento che non può coincidere con l’establishment come è avvenuto in questi anni. Serve un progetto politico e non solo riti da celebrare.

di Andrea Covotta