Suggestioni. Il racconto di Francesco Sepe su Maradona

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Di Francesco Sepe

Non potevo mancare, per tanti motivi, glielo dovevo. Perché era Lui. Perché sono metà italiano -Napoletano – e metà argentino. Perché mio padre era nato in Argentina, a Mar del Plata, ancora più a Sud del Sud del mondo, dove mio nonno aveva pensato di poter sedare i morsi della fame, lasciandosi dietro le rovine di una terra devastata dalla guerra. Mio padre non era riuscito a saziarsi nemmeno là, anzi, il buco nello stomaco era diventato una voragine, scavata e allargata dalla nostalgia di una terra che credeva sua, conosciuta solo dagli echi della televisione italiana. Finalmente, con l’appoggio di parenti che nemmeno conosceva era riuscito a tornare, emigrante alla rovescia, per una vita di stenti ed espedienti, povero tra poveri.

Un giorno, era il cinque luglio dell’ottantaquattro, una cometa accecante attraversò il cielo di Napoli, mentre io nascevo in un appartamento di due stanze della Duchesca, dove mio padre faceva da custode, uomo delle pulizie e quant’altro si possa immaginare. Soprattutto per questo glielo dovevo. Non so come, ero riuscito a completare le scuole medie e aiutavo mio padre nel suo impiego. Dimenticavo, si trattava della sede di un giornale, dove da qualche anno ho ereditato il lavoro paterno. Ho il vantaggio di un po’ di istruzione in più, e poi sono nato qua. Vivo in mezzo ai cronisti, che mi onorano della loro amicizia, ma non posso sperare di fare il loro mestiere: ci vuole più istruzione, ma quanto mi piacerebbe!

Eccomi, sono ai Quartieri, davanti all’icona. All’improvviso un brivido mi attraversa e mi ritrovo a piangere come un bambino. Un energumeno che sistema gli ex-voto davanti a Lui, già mi ha sbirciato con occhio torvo più di una volta, ma io sono preda dell’emozione e manco me ne rendo conto. In un momento di debolezza mi lascio scappare: “Se solo potessi parlargli…!”. Il custode delle reliquie mi era arrivato alle spalle: “Pecché, che tiene a dicere?” Mi riscuoto, ma non trovo parole, farfuglio, mi riprendo: “No, è che sono un giornalista (?). Sarebbe bello intervistarlo dopo, per dargli modo di rispondere…”. Lui mi guardò con quegli occhi che ti scrutavano dentro,  si passò una mano sul mento, come se stesse riflettendo. Poi all’improvviso si fece più vicino e con quegli occhi quasi mi mangiava: “Ma tu ‘e tiene ‘e ‘ppalle?”. Restai sgomento. Le tenevo le palle? E che ne sapevo?! Io ero capace solo di faticare, qualsiasi lavoro, di giorno e di notte, per portare avanti le mie due creature. Che ne sapevo io del coraggio? Però adesso non potevo esimermi: “Certamente… Ma perché, che dobbiamo fare?” E mentre lo dicevo, ignaro di che cosa mi dovessi aspettare, avvertii chiaramente che se ce le avevo, erano finite chissà dove. Non mi diede tempo, mi afferrò per un braccio e, con un tono che non ammetteva repliche, mi intimò: “Viene cu’ ‘mmé!”.

Mi condusse per un dedalo di vicoli e di supportici, dal quale non sarei mai stato capace di tornare indietro. Ero ormai terrorizzato fino allo sfinimento, quando si fermò davanti alla porticina di un basso, che pareva scavato nella roccia. Bussò con le nocche, piano, la porticina si aprì su un vano buio, appena appena rischiarato da un mozzicone di candela maleodorante, appoggiato su un tavolo. Intorno sedevano tre vecchiette silenziose e assenti. Una di loro muoveva gli occhi intorno con la testa chinata all’indietro: ebbi la sensazione che fosse completamente cieca.

– ‘Onna Cuncè, scusate, questo giovinotto è un giornalista, vulesseparlà cu’ Isso: se po’ ‘ffà?

– Si garantisce tu…comme no!

– Grazie assaje, ‘onnaCuncè, è ‘n’amico.

Donna Concetta mi cercò invano in giro con i suoi occhi vuoti e con la stessa voce grave, cavernosa, mi invitò: “Guaglio’, assettate”. C’era una sola sedia vuota, proprio in mezzo alle altre due. Mentre inquieto prendevo posto, mi voltai indietro, quasi a cercare conforto dal mio garante, che intanto, gambe allargate, braccia possenti conserte, s’era piantato, spalle alla porta, quasi a guardia di un tesoro nascosto chissà dove. Le due vecchiette si rivolsero a me con un sorriso inquietante e mi arpionarono le mani con le loro ossute. La cieca, donna Concetta, ci impose: “Mo’ chiudete gli occhi e concentratevi!” Io mi dibattevo in un incubo ad occhi aperti e, cercando di rimanere a galla, pensai: “Lei di sicuro non ha bisogno di chiuderli gli occhi”. Poi, più degli occhi, si chiuse la percezione della realtà e mi sentii flottare, perduto in chissà quale dimensione.

– Hola, chico. Quéquieres?

La voce era profonda, come un’eco che provenisse da una risonante caverna. Ero paralizzato e non riuscivo ad azionare la lingua. Si inserì un’altra voce, stridula, lamentosa; la attribuii a donna Concetta, ma non ne ero affatto sicuro:

– Guaglio’, Isso sta parlanno cu’ ‘ttico… Rispunne…

Raccolsi quel poco di forza residua e biascicai con voce strozzata e querula:

– Don Diego, scusate, vi volevo rivolgere qualche domanda…

– Nada de “Don”, chico, simplemente Diego, ok?

– Certo. Di… Die… Mamma mia com’è difficile! Diego – mi uscì finalmente con voce di agnello castrato. Però poi non sapevo come continuare. La presi alla larga.

– Diego, avete saputo? Qui, dappertutto, la gente piange e vi onora come l’uomo più grande mai esistito…

– No, non voglio sentire queste cose.

Seguì un silenzio pesante, poi all’improvviso riprese:

– Perché, che dicono?

Allora avvertii come un rumore confuso, come se un gruppo di persone parlasse in coro o si sovrapponesse: “Che stai facendo?”, “Fa’ attenzione!”, “Mo’ ce care ‘n’ata vota!”

Non capivo, ma adesso che avevo cominciato volevo andare avanti:

– Diego, tutto il mondo del calcio, dello sport, persino capi di stato, scrittori, intellettuali, i vostri compagni, i vostri avversari…

– Basta, chico. Non voglio ascoltare. Adesso ho bisogno di pace.

– Pensate, uno importante, un critico d’arte, vi ha paragonato a Caravaggio…

– Caravaggio? Di che squadra è?

– No, Diego: quello è un grande pittore, una vita spericolata…

Este hombre me gusta!

Risentii potente quel coro di disappunto: “DIEGOOO!!”

Di nuovo silenzio ed io avevo ancora perso il bandolo. Allora ho creduto di capire e ho cambiato registro:

– Veramente qualcuno, come dire?, non ha parlato tanto bene di voi…

– Ecco, questo mi interessa, mi può aiutare…

– Sicuro che non vi prendete collera?

– Ma no, dai, cuentame

– Beh, ci sarebbe Mughini…

– Mucchino chi?

– No Mucchino. Mughini, il giornalista, lo scrittore…

– E che ha detto?

– Che voi eravate un drogato, un evasore… e altro… che non meritavate rispetto…

Hijo de p

– DIEEEGOOOOO!!

Pobrecito! Estàmuyviejo, quizàs… forse ha ragione lui.

Restai senza parole: Diego Armando Maradona che se le teneva senza reagire!

– Ah, Diego, anche una cantante, Laura Pausini…

– Oh, Paussini de mi alma: “E ritorno da te…” – accennò a canticchiarla –Qué ha dicho la Paussini?

– Che tutti parlano solo di te, proprio nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

– Oh, qué pena! Dile a la Paussinique lo sientomuchisimo. No me dì cuenta. Non l’ho fatto apposta. Fosse dipeso da me, avrei aspettato ancora, almeno una settimana, per fare questo viaggio…

Feci un leggero colpo di tosse:

– Veramente, ci sarebbe…

– …Algomàs?

– … Sì. Cioè. C’è una donna, una calciatrice, che si sarebbe rifiutata di aderire al minuto di silenzio.

– Y porquéeso?

– Dice che voi siete uno… stupratore… ecco.

Seguì ancora un lungo silenzio.

– No. Lo ammetto: con le donne non sono stato un buon esempio, ma non ho mai fatto violenza a nessuna. Mai. Che tristezza!

– Ah, poi c’è quello lì della zanzara…

– La zanzara? Es el mosquito, cierto?

– Sì, Diego. Lui è un giornalista importante e per radio ha detto che non si deve piangere per un tossicomane.

– Forse ha ragione lui. Non si piange per un drogato. Però, sai, quando penso a quel ragazzo, còmo se llama?, Stefano Cucchi, a su hermana, a suspadres…Mi viene da piangere e penso che anche i drogati sono figli di mamma… Però nessuno piange quando muoiono i mosquitos, sono animali fastidiosi, canaglie, pungono a tradimento, quando non ti puoi difendere, succhiano il sangue della gente per restare vive…

Mi parve allora di sentirlo singhiozzare e per rispetto rimasi in silenzio. Fu lui a riprendere:

– Chico, necesitasalgomàs?

Rimasi spiazzato e provai a ricucire in qualche modo:

– Diego, ma voi come vi trovate… là?

– Come mi trovo… Quizà stengo quea costum brarme, come si dice?, abituarmi, adattarmi. Quando sono arrivato qui, mi si è avvicinato un Signore molto vecchio, tutto bianco. Io ero disorientato. Lui mi ha mostrato una pelota, un pallone, e io mi sono rianimato. Me l’ha consegnato e  non vedevo l’ora di mettermi a palleggiare. Lui mi ha fermato subito, solo con un gesto della mano: “Qui non si gioca!”. Io non ho risposto, ma ho fatto segno al pallone che avevo in mano, come per dire: “Allora a che serve questo?”. Lui ha chiarito: “Quello lo devi tenere sotto il braccio, sempre!”. Io ho provato a replicare: “Non posso giocare nemmeno con le mani?”. “Soprattutto con quelle, niente da fare!” mi ha risposto. Ho capito e avrei voluto ribattere: “Però a quelli lì non hai detto niente!” ma mi sono reso conto che questo Signore non era come Bennaceur; ho chinato la testa senza dire una parola. Però, sapessi come si è fatto pesante questo pallone sotto il braccio!

Mi fece tenerezza. Non trovavo parole per confortarlo. Forse era il momento di chiudere, per non angustiarlo ancora.

– Diego, se permettete, solo ancora due cose. Ecco la prima. Ripensando al passato, che potete dire della vostra vita?

Lui dovette pensare alquanto prima di parlare:

– Te contesto, scusa, ti rispondo con le parole di un grande poeta cileno: “Confieso que he vivido”.

Ebbi la confusa impressione di aver capito, soprattutto il senso di quel verbo, e pensai di concludere così:

– Sono grato e commosso del tempo che mi avete dedicato. Avete un messaggio per Napoli o per quelli che vi hanno offeso?

– Oh, sì, per i Napolitani ho un bellissimo messaggio. Qui c’è un gruppo di loro, mi hanno accolto e mi consigliano. Due sono grandi amici miei: Massimo, che quando parla non sai se ridere o piangere di malinconia, e Pino, che anche qua fa canzoni più tristi di un tango triste. Quanta gioia mi hanno dato prima, e ancora adesso. Con loro ci sono due vecchietti, li vedessi, è una gioia ascoltarli e io resto ogni volta in silenzio, affascinato. Uno lo chiamano Don Eduardo. Lui ci racconta storie incredibili, della guerra, della miseria. Dice spesso che la vita a molti appare come una lunga notte, ma che alla fine l’alba viene sempre. Adesso sai che sta facendo?

– Diego, scusate, come faccio a saperlo?

– Hai ragione. Ha cominciato a preparare il presepe, come quelli di San Gregorio. Però, alla fine di tutte le storie, ci ripete sempre la stessa raccomandazione: “Guagliù, ricordatevi: che ci vuole a dare una coltellata o sparare un colpo di pistola? Ma non serve a niente. La più grande vendetta è un’altra: il perdono. Ti spiazza, ti costringe a riflettere…

– Che belle parole! Me ne ricorderò. E l’altro?

– L’altro lo chiamano il Principe. Sapessi come vanno d’accordo quei due! Parla l’uno e l’altro acconsente con la testa, parla l’altro e il primo con le mani e con l’espressione del viso significa che è come se parlasse lui stesso. Napoli non ha più bisogno di Maradona. In questo posto chissà quanti altri Napolitani come questi ci saranno. Io dico a Napoli: “Guarda con rispetto al passato e con fiducia al futuro. A te non ti manca niente!”

– E per quelli che vi hanno offeso…?

– Vedrai, ce ne saranno ancora. Dire male degli altri ti fa sentire migliore. Non vale la pena, altrimenti Don Eduardo ha parlato a vuoto. Invece ti voglio raccontare quello che il Principe ci ripete di fronte alle ingiustizie, alle diffamazioni, alle chiacchiere senza senso:

“Sti pagliacciate ‘e ‘ffannosulo ‘e vive:

nujesimmo serie… appartenimmoa’ morte.”

 

Non parlò più. Come avrei voluto abbracciarlo e commuovermi ancora!

Donna Concetta ritirò le mani stremata. Il cerogino sfrigolò, si ravvivò e regalò un po’ di luce in più, prima di consumarsi del tutto, come la miglioria che precede la morte. Lei trovò un filo di voce per comunicarmi che tutto era finito. Io, ancora stordito e malfermo, mi alzai e stiracchiai le gambe a stento. Mi ricomposi e misi mano alla tasca:

– Donna Concetta, scusate, quant’è il disturbo, la chiamata?

Lei era già assente, ma rispose con voce ferma, come parlasse a se stessa:

– È già tutto pagato, ci ha pensato Isso, a carico del destinatario. Statte ‘bbuono.

Non ebbi tempo di ringraziare: il mio accompagnatore già mi stringeva una mano intorno alle spalle per portarmi via.

Ero ancora assorto su quell’immagine triste e piangevo a dirotto. Alzai la testa ed ebbi l’impressione che il ragazzo del murale sorridesse divertito e sereno, anzi – avevo gli occhi appannati – mi sembrò per un attimo che mi strizzasse l’occhiolino.  Quella mano che mi stringeva le spalle mi sorreggeva e mi dava conforto.

Mi congedai, anch’io sollevato, quasi visitato dall’ alito di una felicità nuova e pensosa.