Testolin: Gesualdo, nelle sue opere sacre i vertici della sua produzione

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Giuseppina Finno

Walter Testolin, tra i maggiori interpreti della musica rinascimentale e barocca, approda a Gesualdo, nel cuore dell’Irpinia musicale ed artistica, per dirigere un esclusivo concerto incentrato sulle composizioni sacre di Carlo Gesualdo. L’iniziativa, ideata dall’Associazione Nazionale Direttori di Coro Italiani (ANDCI), fa parte di un progetto formativo nazionale che metterà in rete i centri più importanti della musica rinascimentale in Italia. Il concerto conclusivo dell’intero percorso di formazione è stato aperto a tutti e si terrà con ingresso libero domenica 24 aprile, ore 20.30, presso la Chiesa del SS. Rosario di Gesualdo retta dall’omonima Confraternita.

Maestro, Lei è un grande interprete musicale e siamo davvero onorati di averla con noi in Irpinia a Gesualdo, nel Castello del Principe Carlo. La musica di “un compositore tanto grande quanto inquietante”, di un “genio senza tempo”, scriveva Igor Stravinsky. Una citazione tra le tanti possibili, che però mi consente di chiederle: secondo Lei, oggi, conosciamo abbastanza questo personaggio di cui tanto si dibatte?

Mi consenta intanto di ringraziare sia l’ANDCI sia la città di Gesualdo per avermi invitato a tenere questo corso: dopo tanto lavoro dedicato all’opera musicale del Principe sarà davvero un piacere poter essere presente musicalmente nel suo Castello. Venendo alla sua domanda, Carlo Gesualdo è uno dei musicisti della sua epoca di cui sappiamo di più, per i noti motivi e gli sviluppi processuali che si ebbero in relazione a lui e per la sua condizione aristocratica. Abbiamo documenti, abbiamo espressione artistica, certo non possiamo entrare del tutto nei meandri del suo essere, ma, anche riguardo al tempo che è trascorso, possiamo ritenere di averne una visione quantomeno sufficiente.

Nei testi musicali gesualdiani, soprattutto in quelli più cupi e tormentati, ci si ostina a vedere il riflesso del tragico fatto di sangue che segnò la vita del Principe. Ci si chiede: le concezioni estetiche dell’epoca come e in che misura “consentivano” possibili commistioni tra vita e arte? In ogni caso, possono degli elementi biografici, da soli, giustificare precise scelte di stile, come repentini cambi di tonalità, soluzioni armoniche ardite e così via?

Ritengo che una certa influenza sia ben difficile da negare, forse non tanto per l’atto omicida in sé, quanto per l’assenza di Maria, assenza nella carne a cui però presumibilmente si accompagnava una ben forte presenza in spirito. Credo sia stata una costante con la quale non fu facile convivere negli anni. Al di là delle consuetudini formali, l’estetica era assai più influenzata dalla vita di quanto potremmo comunemente ritenere, almeno per quanto riguarda personalità artistiche di questo calibro. Era proprio questa capacità di alcuni di essi di far convivere arte e vita a dar loro quella forza espressiva che li rendeva, e li rende tuttora, riconoscibili. Entrando nel particolare della composizione, credo invece che alcune scelte che potevano sembrare estreme derivassero invece dal suo status particolare, quasi che egli si ritenesse libero, in quanto principe, di usare tutte le possibilità che l’armonia gli dava per ottenere ciò che cercava dal punto di vista artistico, senza dover soggiacere a regole che altri dovevano osservare: il vantaggio dell’essere almeno artisticamente il solo padrone di sé stesso.

La musica sacra è considerata la massima espressione artistica di Carlo Gesualdo. Nel 1603 furono edite le “Sacrae Cantiones”, nel 1611 furono editi i “Responsoria”. Cosa spinse Carlo Gesualdo a ritornare sui componimenti sacri dopo quella che sembra essere stata una lunga pausa?

Sì, sebbene in effetti Gesualdo sia universalmente conosciuto più per i suoi madrigali, si può affermare senza tema di smentita che siano proprio le sue opere di carattere religioso quelle dove egli raggiunse i vertici della propria arte. Immagino si tratti dell’esito di un comporre praticato lungo gli anni, forse in origine con fini del tutto riservati. Le “Sacrae Cantiones” a cinque voci del 1603, così come quelle a Sei, di cui sono perdute purtroppo le parti del “Bassus” e del “Sextus”, fanno pensare a un modo di scrivere senz’altro personale, ma tutto sommato piuttosto aderente allo stile dell’epoca. Sono opere che aprono uno spiraglio sulla spiritualità di un compositore che non ha obblighi verso istituzioni religiose, dunque completamente libero di comporre a proprio piacere. Casomai è ancora il significato del testo a diversificare fortemente i risultati: la serenità di “Maria mater Gratiae”, la sensualità agognante di “Ave dulcissima Maria”, nella quale è difficile non percepire il fantasma di Maria D’Avalos, contrastano fortemente, per fare degli esempi, con i mottetti di carattere drammatico come “Hei mihi Domine”, “Laboravi in gemitu meo” e soprattutto “Peccantem me quotidie”, nei quali il dolore e il pentimento vengono resi musicalmente con l’uso di dissonanze particolarmente ardite e svolte armoniche quasi estreme. Credo invece che con i suoi “Responsoria” del 1611 Gesualdo abbia voluto mostrare al mondo (lui già ben conosceva le proprie doti) quanto elevata fosse la sua capacità anche tecnica di compositore, e quanto ancora potesse essere efficace la scrittura polifonica. Sono ventisette composizioni di altissimo livello, in almeno la metà dei casi, autentici capolavori, che mostrano un controllo sapiente del contrappunto e una capacità di disintegrare il ritmo fino ad allora sconosciuta. Contrappunto sapiente, armonie sorprendenti, ritmi disorientanti, drammaturgia perfetta: credo che con i “Responsoria” Carlo Gesualdo abbia raggiunto una delle più alte vette dell’arte musicale polifonica in secoli di storia. È chiaro comunque che negli ultimi anni la qualità delle sue composizioni sia fortemente cresciuta, frutto soprattutto di una maggiore consapevolezza dei propri mezzi con conseguente capacità di tradurre in musica anche i più delicati aspetti dell’espressione musicale sacra.

Le scelte tematiche di Carlo Gesualdo, anche sul piano dei componimenti sacri, furono davvero sempre in controtendenza? È qui la principale diversificazione rispetto ai contemporanei?

Diciamo che Gesualdo insisteva particolarmente su alcuni aspetti, il dolore e la morte soprattutto, in maniera non comune ad alcun suo collega contemporaneo. Dal punto di vista invece degli esiti delle composizioni, le sue famose dissonanze, non era certo solo: in maniera più limitata, ma con esiti certo non meno stranianti, un compositore (mi si passi il termine) “insospettabile” come Luca Marenzio seppe comporre, soprattutto nei suoi ultimi anni, alcuni capolavori pregni di un cromatismo estremo, come il meraviglioso e inquietante madrigale “Crudel, acerba, inexorabil morte” nel suo nono e ultimo libro a cinque voci del 1599.

Maestro, Lei sa dell’esplosione culturale e mediatica che si è avuta intorno alla figura di Carlo Gesualdo negli ultimi anni. Cosa salva di questo fermento attuale?

Salvo tutto, senza dubbio, anche se non tutto mi piace. Le trasposizioni delle sue opere mostrano quanto l’arte musicale di quell’epoca sia potenzialmente vitale ancora oggi. Non mi piace invece il tono perennemente lugubre, talvolta al limite di uno spiritismo di bassa lega, con cui lo si racconta in certe operazioni filmiche, che in qualche caso oltre a essere gravemente imprecise assumono aspetti prossimi al ridicolo. Ma è un parere personale. Credo invece che, come abbiamo voluto mettere in luce con Cappelletto nella “Avida sete”, che Carlo Gesualdo sia stato, fino alla fine dei suoi giorni, un grande compositore, uno dei massimi talenti musicali della storia della musica e tale volesse essere considerato. Per questo mi commuovo ogni volta che alla fine di quel programma Sandro fa dire a Gesualdo: “Di me, solo la Musica dovrà rimanere”.