Tornare a scuola solo con le giuste tutele. Il punto di vista di uno studente

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Di Matteo Galasso

Per gli studenti delle scuole superiori, come è noto, l’esigenza di ritornare in classe in presenza è ben meno incombente rispetto a quella degli studenti di medie ed elementari, che infatti non hanno la priorità solo per motivi educativi, ma anche perché– non essendo ancora autonomi – non possono rimanere a casa da soli come i più grandi e quindi vanno ad intaccare le esigenze logistiche dei propri genitori.

Da più voci, in queste ultime settimane, gli studenti delle scuole superiori di molte città hanno espresso il desiderio di tornare a scuola, con le dovute garanzie naturalmente: in molti si interrogano infatti sui problemi  futuri della didattica digitale integrata, che è da ormai dieci mesi che si svolge quasi ininterrottamente. La DAD ha dei limiti, non per tutti, ma per diverse fasce della popolazione studentesca: le stime di “Save The Children ci comunicano che hanno abbandonato la scuola tra marzo e dicembre circa 34.000 studenti italiani tra i 14 e i 18 anni, proprio perché impossibilitati o non incentivati a seguire questa modalità di didattica.

Purtroppo, però, stiamo andando incontro ad una fase della pandemia che non sembra concederci – almeno per il momento –un ritorno a scuola in sicurezza e, inoltre non è stata data alcuna garanzia scientifica per un sereno ritorno in classe. Partendo dal presupposto che nel corso di una pandemia un meccanismo che preveda la mobilitazione quotidiana di circa 10 milioni di persone tra docenti, studenti e personale ausiliare sarebbe stato comunque difficile da gestire– anche se l’organizzazione fosse stata più efficiente –, non sembra che la curva dei contagi, ancora non in calo, incoraggi un sereno ritorno ad una didattica in presenza. A differenza di settembre i nuovi contagi al giorno non sono più 1000, ma dai 10 ai 20000, senza considerare che gli ospedali in molte regioni superano spesso la soglia di allerta.

Stiamo parlando di parametri totalmente differenti dallo scorso autunno, che potrebbero compromettere persino il sistema di sicurezza pur studiato all’interno delle scuole. Molti virologi, infatti, sconsigliano fortemente la riapertura per questo motivo: in Veneto, ad esempio, nonostante non siano state aperte le superiori, e quindi non ci sia stato un sovraccarico dei trasporti, le classi messe in quarantena dopo 10 giorni dalla riapertura erano già 200. Ma il Veneto è pure una delle regioni meglio organizzate del nostro Paese. Anche negli altri Stati europei più organizzati del nostro, non credono ci siano le condizioni di riaprire.Il Regno Unito aprirà probabilmente solo dopo Pasqua le proprie scuole e anche se i casi in Italia sono meno della metà, l’esperienza di ottobre ci ha insegnato in quanto poco tempo si possano raggiungere numeri preoccupanti spostando milioni di persone al giorno.

Parlando di docenti e personale ATA, che, così come chi convive con gli studenti (dai genitori ai nonni), sono persone per lo più di un’età media che si aggira tra i 50ed i 60 anni, bisogna porsi il problema che siamo in presenza di una fascia d’età che corre un rischio alto di sviluppare i sintomi della malattia. A loro, pertanto, andrebbe garantita maggiore tutela, magari andrebbero inseriti nelle fasce prioritarie per la somministrazione dei vaccini prima della riapertura e dotati di mascherine FFP2, che garantiscono una protezione effettiva, a differenza di quelle chirurgiche che sono state fornite a settembre.

I problemi più rilevanti, però, non sono fisicamente all’interno delle scuole, che con il rigoroso rispetto delle regole si possono definire discretamente sicure, ma fuori di esse. Questo parametro evidenzia, anche in questa circostanza, il divario tra aree interne e centri metropolitani. Un’ingiustizia cui gli studenti delle aree interne sono sottoposti puntualmente è quella di non essere ascoltati e di vedere in continuazione i media e le reti televisive intervistare e ascoltare i soli studenti che risiedono nel centro delle grandi città, i quali si trovano a fronteggiare situazioni economicamente e logisticamente nettamente meno complicate e, per questo motivo, possono permettersi di rivendicare un ritorno immediato in presenza.

La situazione delle zone periferiche è più complessa ed è ingiusto che le istituzioni e i servizi di comunicazione di ogni tipo elaborino un quadro generale e non locale. Le esigenze sono diverse, da territorio a territorio. Nelle zone appenniniche del sud Italia, la situazione dei trasporti si è rivelata inefficiente a settembre, costringendo molti genitori ad accompagnare personalmente i propri figli, a costo di far tardi, in molti casi, a lavoro. Autobus e treni raggiungevano e superavano la capienza massima, quando invece avrebbero dovuto essere pieni solo al 50%. Questo è accaduto e accadrà nuovamente, in quanto le corse di andata e ritorno per un determinato comune sono previste anche ogni ora: gli autobus fermano in ogni centro abitato che attraversavano, la ventilazione non è assicurata, senza contare del freddo invernale rispetto al clima di ottobre. Si tratta di una serie di problemi che andrebbero discussi con ditte private e pubbliche di trasporto con fermezza per raddoppiare concretamente le corse nelle fasce orarie scolastiche. Ma ci sono autobus in più, autisti in più?

Altro tema messo in discussione è quello della socializzazione tra studenti che in molti definiscono scomparsa a causa della DAD: è sicuramente vero, mala stessa socializzazione era già sparita in presenza a settembre, almeno all’interno degli istituti, dove non si ci poteva alzare dai propri banchi e dove tutte le attività extra scolastiche pomeridiane, momento di incontro tra studenti, erano sospese. Al contrario all’entrata e all’uscita dalle scuole ogni giorno erano evidenti gli assembramenti a ridosso degli istituti, nei pressi di bar e locali, dove spesso in favore della socializzazione molti abbassavano le mascherine, non rispettando ovviamente il metro di distanza. Se la socialità deve essere associata ad un rischio di trasmettere il contagio tra studenti e di riflesso ai propri genitori, non sarebbe blasfemo farne a meno in questo periodo. D’altronde la maggior parte degli studenti ha assunto la consapevolezza della gravità dell’evento che stiamo vivendo ed è disposto a questo tipo di sacrificio, necessario e inevitabile. Quindi, strumentalizzare sulla mancanza di socialità in un periodo in cui ciò potrebbe causare e ha già causato seri problemi, è da irresponsabili. È una situazione in cui versiamo tutti, serve uno sforzo collettivo per superarla.

Allo stesso tempo il ritorno scaglionato al 50 o al 75% creerebbe ulteriori problemi agli studenti pendolari e agli altri che seguono da casa, i quali sarebbero esclusi da parte delle attività, e agli stessi docenti che si troverebbero in difficoltà per le dovute verifiche e per svolgere logisticamente la propria lezione. Non si escludono, infatti, scioperi in tutto il Paese. Questa volta non basterà il solito discorso di incoraggiamento per far rientrare gli studenti in classe in sicurezza. Tornare per qualche settimana a scuola rischiando di essere contagiati e contagiare i propri familiari egli stessi docenti per poi essere costretti a tornare nuovamente a casa, non ha nulla a che fare con il rispetto del diritto allo studio e potrebbe compromettere il sistema sanitario nazionale. Se si deve tornare ciò va fatto per restare in presenza tutti e fino al termine delle lezioni ed è per questo che noi studenti vogliamo le giuste garanzie per poter certo studiare in presenza ma tutelando anche il diritto alla salute.