Tra guelfi e ghibellini

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Era  prevedibile che – con la fine della fase di “chiusura” del Paese – la politica avrebbe ripreso in pieno il suo ruolo, garantito dalla nostra Carta fondamentale. Per qualche mese si è dovuta piegare suo malgrado alla voce degli esperti sanitari. Ora è tornata in pieno. E con essa anche i ben noti difetti, propri di buona parte dei protagonisti della scena politica nostrana. Come hanno dimostrato i giochini di Renzi. O il tentativo senza precedenti perpetrato da Salvini e C. di fare del 2 giugno una festività di parte politica, strumentalizzando l’omaggio al Milite Ignoto. il leader leghista tenterà nuove operazioni di sfondamento al Sud. Finora fallite, anche per il coinvolgimento di diversi esponenti in inchieste per corruzione o per complicità mafiose. Soprattutto però perchè Salvini, dopo il tramonto della questione-migranti, non ha saputo dire neppure una parola valida sul Mezzogiorno e sui suoi problemi. Si è limitato a contestare le decisioni governative, ma non è certo il solo ad aver mostrato i vizi della attuale classe politica.   Sguaiatezza. Mancanza di spirito di coesione nazionale. Esasperata concorrenzialità. Assenza di visione di insieme dei problemi del Paese. Caratteristiche negative che minacciano di compromettere la fase della cosiddetta “ricostruzione nazionale”. Ad esse si è anche aggiunto una sorta di “spirito corporativo “ che pare essere alla base di assurde o esagerate prese di posizione da parte di governatori e di sindaci. Esse hanno travalicato, spesso, anche le frontiere di partito. E hanno rivelato l’esistenza di  vere “corporazioni istituzionali”, che hanno esercitato forti pressioni sul governo. Questo attraverso richieste di un presunto  riconoscimento di un ruolo garantito dalle elezioni. In effetti però per rivendicare quote di potere e di interessi politici. Spesso   dimostrando volontà non proprio costruttive. Come la querelle dei governatori uscenti sulle elezioni regionali addirittura  a luglio, in barba alle sofferenze popolari! O come le tonanti, improvvide dichiarazioni su aperture o chiusure. Atteggiamenti più propri di antiche signorie feudali che di una moderna democrazia. Dove ciascun amministratore pubblico dovrebbe essere coerente testimone della sua consapevolezza di essere stato eletto dai cittadini e non investito dall’alto. E perciò sottoposto innanzitutto alla Costituzione e alle leggi. Insomma, di non poter fare di testa sua!

Abbiamo così assistito  a dispute interminabili, fondate sulla rivendicazioni di spazi di potere, ricandidature o rielezioni. Poi messi in forse dall’implacabile avanzata, prima, del virus, e ora delle difficoltà economiche. Ne sono state prova il minuetto di decisioni contrapposte tra lo “sceriffo” De Luca, favorevole a prudenti chiusure, e il sindaco di Napoli De Magistris  che minacciava di riaprire tutto nella sua città. O  le schermaglie tra il presidente della Sardegna e il sindaco di Milano Sala su di un inesistente “passaporto sanitario”. Richiesto dal primo per l’ingresso nell’isola. E  contestato dal secondo, con l’oscuro avvertimento di ricordarsene!

Un bailamme non privo di  aspetti folkloristici, liquidato ironicamente da  Cacciari (”I presidenti delle regioni vogliono fare gli statisti, ma vogliamo scherzare?”). Tale disinvoltura istituzionale potrebbe rivelarsi un vero e proprio boomerang nel momento in cui – e bisognerebbe cominciare già ora – dovranno essere approntati dei piani strategici per l’utilizzo e la distribuzione territoriale dei fondi Ue. Somme rilevanti, che andranno spese ovviamente in maniera coerente con gli indirizzi dell’Unione. In fondo, proprio su questo terreno si è dimostrata appieno l’assoluta mancanza di visione strategica da parte di Salvini. Per mesi, ogni giorno, ha continuato ad attaccare con accanimento l’Unione europea e il governo sui soliti temi, sottovalutando gravemente gli scenari che mutavano. Alla classe politica  gli italiani hanno cominciato a chiedere coesione, solidarietà pur nelle diversità, l’unità morale del Paese senza strumentalizzazioni. Proprio quei valori, insomma, richiamati dal Capo dello Stato nel suo messaggio per la ricorrenza della Repubblica, che rimane Festa di tutto il popolo italiano!

di Erio Matteo