Tra i nuovi e i vecchi errori del M5s

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Non bastassero i numerosi fronti aperti e la secca sconfitta alle europee, a complicare la vita a se stesso e al M5S si è messo di buona volontà anche il capo politico Di Maio. Nel tentativo di attenuare le sue responsabilità per l’andamento costantemente sfavorevole delle fortune elettorali del Movimento, non ha trovato di meglio che allargare il campo dell’insufficienze anche agli altri componenti dell’esecutivo. E ha escogitato la pagellina per vice-ministri e sottosegretari. Sottoposti a delle doppie Forche caudine. Da una parte, costretti a subire il pubblico ludibrio su stampa e social, per le loro presunte inadeguatezze. Dall’altra, esposti a vendette trasversali senza alcuna possibilità di difesa, visto il sistema opaco – ancora una volta – prescelto!

Quest’ultima trovata ha rafforzato il clima di rivalità e di sospetto che avvelena da tempo l’atmosfera interna, anche al di là delle divisioni correntizie o di sensibilità. E ha rinfocolato l’antica e mai sopita polemica – senza però che sia cambiato molto – sulla mancanza di trasparenza da sempre lamentata da eletti e militanti. Sugli oscuri criteri di selezione della classe dirigente. Sul ruolo sempre più indefinibile di Grillo. Sul troppo potere accumulato nelle mani di Di Maio. Sul peso enorme e incontrollato del sistema “Rousseau” (annualmente finanziato dal M5S per molte centinaia di migliaia di euro) e sull’influenza determinante di Casaleggio jr e dei suoi apparati.

Anche il vistoso cambio di immagine e di comunicazione pesa sullo stato d’animo collettivo e crea uno smarrimento non facile da superare. Durante la campagna elettorale, il capo politico era sembrato aver riscoperto delle tematiche più avvertite nel composito mondo della sinistra, per distinguersi da Salvini e non dare alibi a fronde interne da parte dell’anima più “umanitaria” del Movimento.  quella capeggiata da Fico. Dopo le elezioni, a causa della sua accresciuta debolezza, Di Maio – con il suo voto al decreto sicurezza e la sua crociata contro i negozi etnici – è sembrato a rimorchio di Salvini. Così è apparso solo una sua copia più sbiadita. Senza né il coraggio di smarcarsi completamente, né quello di andare fino in fondo sulla piena condivisione di toni e temi di battaglia. Anche i rapporti con l’Europa sono apparsi incerti e oscillanti, a seconda dei momenti. E senza una linea comprensibile, peraltro fondamentale nell’impostazione della vertenza – Italia. Essa vede il nostro Paese isolato di fronte ai partner europei sempre più restii a credere a nuove promesse da parte dei nostri governanti, che si aggiungono a quelle – ormai numerose – finora non mantenute.

Anche il dibattito, e i contrasti, sui poteri e sui molteplici incarichi di Di Maio

sono rimasti finora senza alcuna conclusione operativa. Intanto crescono esponenzialmente le crisi aziendali non risolte sui tavoli del ministero dello sviluppo economico. Una vera mina vagante. Sono al palo i progetti di coordinamento collettivo. E Dibba comincia a far sentire la sua insoddisfazione. Giace ancora irrisolto il problema, centrale anche per Maio, del limite dei due mandati. Ora in via di eliminazione, ma solo per i consiglieri comunali. Molti deputati e senatori sperano, però, che essa possa essere estesa a tutte le rappresentanze. La vasta platea parlamentare continua pericolosamente a ribollire di insoddisfazioni mal represse. E proprio su questo terreno rischiano, in prospettiva, di addensarsi le ombre più preoccupanti per il futuro del Movimento. Infatti, le deludenti prove offerte dagli amministratori locali uscenti e la sostanziale scomparsa del M5S dal panorama dei ballottaggi hanno innescato una pericolosissima bomba ad orologeria. L’indebolimento del Movimento a livello territoriale, insieme all’incerta identità e agli zig-zag di linea politica, rischiano di far diventare molti parlamentari degli zombie. Senza alcuna vera base di consenso gestibile su cui fare affidamento. E di compromettere le residue speranze di risollevare le sorti del M5S.

Tutto questo renderebbe necessarie riflessioni adeguate e grande freddezza. Invece, la situazione interna e le difficili scelte autunnali congiurano nel senso opposto. Una differenza che può costare cara al M5S!

di Erio Matteo