Un anno di coronavirus: come sono cambiate le nostre abitudini e le nostre vite

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Di Matteo Galasso

Il coronavirus, Sars-Cov-2, viene segnalato ufficialmente per la prima volta a Wuhan il 31 dicembre del 2019: in un mese si diffonde rapidamente in tutta la Cina continentale, toccando la cifra ufficiale dei 70.000 contagi.

In Italia, inizialmente, la situazione è apparentemente normale: il 31 gennaio due turisti cinesi si scoprono positivi al virus e il Paese lancia lo Stato di Emergenza, bloccando il traffico aereo da e per la Cina. Un terzo contagiato si scopre a metà febbraio tra i 50 italiani rimpatriati da Wuhan. La soglia d’allerta tra i cittadini resta comunque bassa.

Tutto cambia il 21 febbraio, quando Mattia, 38 anni, imprenditore di Codogno, nel Lodigiano, si reca in pronto soccorso manifestando una polmonite interstiziale bilaterale, dove contagia senza volerlo, decine di presone. Scoppiano in pochi giorni focolai in 11 comuni tra la Lombardia e il Veneto, dove viene attuata una quarantena.

I casi continuano ad aumentare fuori dalle zone rosse, il 4 marzo vengono chiuse le scuole di ogni ordine e grado, con la premessa che sarebbero riaperte dopo 10 giorni. In realtà gli studenti sarebbero tornati in classe solo a settembre. Il governo predispone un lockdown prima nella sola Lombardia, che risulta essere più colpita, poi nel resto del Paese. Gli italiani sono costretti in casa e non possono uscire se non per assoluta necessità: chiudono tutte le attività commerciali non necessarie.

D’estate, con la diminuzione dei contagi, si ritorna in un contesto di normalità apparente e quasi tutte le regole, di conseguenza, cessano di essere osservate. A settembre, con la riapertura delle scuole e il ritorno a lavoro per milioni di persone, la curva dei contagi, risentendo anche degli effetti dell’“allentamento” delle misure estive, scatenano in meno di due mesi un nuovo aumento dei contagi, che, portando ad una crescita della curva – che tocca un picco alto otto volte quello di marzo – costringe i cittadini a nuove misure restrittive: viene istituito un nuovo sistema di chiusure regionale, a “colori”, in vigore tuttora.

Alla fine di dicembre l’agenzia del farmaco Europea approva l’utilizzo del vaccino anti-covid Pfizer-Biontech, seguito da Moderna e AstraZeneca. Dopo l’inizio della distribuzione, però, iniziano a manifestarsi nel Paese le prime temute varianti del virus originale: inglese, francese, sudafricana. Gli scienziati e i virologi ipotizzano che entro poche settimane diverranno prevalenti nei nuovi positivi.
La nostra vita in questi 12 mesi è cambiata radicalmente: c’è chi ha perso i propri cari, chi il proprio lavoro e chi – come la maggior parte dei cittadini –le proprie abitudini, la propria quotidianità. La pandemia ci ha costretto a rielaborare completamente la nostra routine e il modo di relazionarci con gli altri. Non possiamo più abbracciarci, stringere una mano, incontrarci, se non rispettando il metro di distanza e indossando mascherine protettive che non tutti riescono a mantenere a lungo.

Gli studenti di ogni ordine e grado si sono ritrovati a dover svolgere le lezioni scolastiche attraverso i propri dispositivi tecnologici. Chiaramente, questa nuova modalità di didattica ha riscontrato agli inizi significative difficoltà, come la mancanza di dispositivi per le famiglie meno agiate o il malfunzionamento delle connessioni internet nelle zone meno urbanizzate. Tutte queste lacune tecniche sono state colmate solo al rientro, a settembre, da quando gli studenti vivono la scuola alternando lezioni in presenza e a distanza. Tutte le attività sociali e ricreative legate alla scuola sono però di fatto cessate: ad oggi tutti i progetti extracurriculari si svolgono a distanza, perdendo in gran parte quel senso di aggregazione e lavoro di squadra che invece esigevano.

Ma gli studenti non sono naturalmente gli unici ad aver vista cambiata la propria vita: coloro che hanno pagato il prezzo più alto della pandemia sono stati i liberi professionisti e gli imprenditori (e i propri dipendenti), i quali hanno visto quasi azzerarsi i propri fatturati e travolti dalle difficoltà della crisi o hanno chiuso o sono stati costretti a ri-progettare le proprie attività, con il dubbio poi che tutto il lavoro fatto per predisporre la ripartenza delle attività sarebbe potuto essere compromesso da nuove e impreviste restrizioni.

Hanno perso il proprio posto di lavoro quasi mezzo milione di persone e tutto ciò, con la chiusura di piccole e medie imprese, ha provocato un ulteriore divario tra ricchi e poveri.  Proprio questi ultimi hanno affrontato e sempre di più continuano ad affrontare le restrizioni regionali o nazionali con molti più disagi: chiaramente non è da tutti avere garanzie economiche tali da poter reggere senza entrate per diversi mesi. Un danno incalcolabile l’ha subito il turismo, prima industria italiana in cui erano impegnati prima della pandemia oltre un milione e mezzo di lavoratori; così come tutti i 400.000 lavoratori della cultura (musei e luoghi di cultura chiusi ad intermittenza) e dello spettacolo (teatri e cinema chiusi da un anno): ma anche tutto il mercato del fitness è andato in crisi con i suoi oltre 100.000 addetti.

La situazione di emergenza provocata in questi 12 mesi dal Coronavirus, la più grave dal dopoguerra, ha messo in luce tutte le difficoltà strutturali dei più ampi settori produttivi del nostro Paese. Soprattutto nell’ambito della gestione sanitaria, dove non ci si aspettava una crisi del genere, contenuta in parte solo dallo sforzo eroico di medici e infermieri, che negli ospedali– divenuti dei veri e propri campi di battaglia –, hanno combattuto con tutte le loro forze e capacità il virus, salvando quante più vite possibile e in molti casi perdendo la loro.

Unico e forse solo aspetto positivo che sembrava aver trasformato le nostre vite con un incredibile sviluppo tecnologico attraverso lo smartworking ha nel frattempo deluso tutti i lavoratori, come gli stessi studenti, scoprendo lo stress della permanenza forzata in casa.

Certo l’aver coperto in parte le lacune tecnologiche e informatiche rispetto ai Paesi più avanzati, colmando di fatto anche il divario tra centri e periferie, è da tutti considerato un elemento che può portare innovazioni e prospettive diverse in futuro, ma a distanza di un anno dall’inizio della pandemia, ancora oggi viviamo con preoccupante angoscia quello che sarà l’evoluzione del virus nei prossimi mesi, ma tutti speriamo di uscirne per il prossimo inverno fiduciosi solo che riforme strutturali decise e condivise possano dare al più presto le giuste energie per una progressiva ripresa del nostro Paese.