Un vaccino per il 2021

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Il luttuoso 2020 si chiude con le prime vaccinazioni sulle quale si ripone la speranza di venire a capo di una pandemia che ha mietuto più vittime in Europa che negli altri Continenti e più in Italia che negli altri Paesi europei. Le immagini dei camion frigorifero in arrivo dal Belgio, trasmesse ossessivamente da tutte le reti televisive possono creare la falsa persuasione che l’uscita dal tunnel sia ormai prossima, corroborata da dichiarazioni quanto meno avventate di alcuni politici, primo fra tutti il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (“Un messaggio di fiducia che si irradia in Italia e in Europa”). In realtà, sappiamo che è ancora lunga la strada da percorrere per mettere l’umanità, o più realisticamente noi cittadini italiani, al sicuro dagli effetti di un virus mutante, di cui ancora non conosciamo del tutto il devastante potenziale; e nel frattempo l’elenco delle vittime continuerà ad allungarsi. Eppure è vero che un vaccino c’è già e fra qualche giorno se ne aggiungeranno altri, consentendo forse all’Italia e all’Europa dei 27 di recuperare il ritardo accumulato in materia di antidoti su Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, per citare solo alcuni dei Paesi che hanno già avviato campagne di vaccinazioni di massa.

Dunque, una certa dose di ottimismo è giustificata, almeno sul piano sanitario, che è certamente il più importante ma non certamente l’unico quando si ragiona dei danni provocati dalla pandemia, che sono visibili soprattutto nel degrado delle nostre economie e, per quanto riguarda in modo specifico l’Italia, anche sulla politica. I due piani si intrecciano inestricabilmente, tanto che la combinazione perversa fra progetti politici divergenti e interventi legislativi necessari per il risanamento del tessuto economico e sociale sta compromettendo la capacità di reazione e, come oggi si dice, di resilienza del sistema, che rischia di non reggere a lungo l’urto dell’evento traumatico che l’ha colpito. Contrariamente a quanto scritto da Giorgia Meloni in una lettera indirizzata ai partiti conservatori dell’assemblea di Strasburgo, l’Europa ha fatto molto per aiutare gli Stati membri ad uscire dalla crisi, sia sul piano monetario prolungando nel tempo l’acquisto da parte della Bce di titoli di debito emessi dagli Stati, sia su quello economico stanziando 750 miliardi di Euro per finanziare progetti di ripresa e di rilancio produttivo in settori innovativi come l’energia pulita, il digitale, la salute, le risorse naturali. L’Italia è il maggior beneficiario dell’intervento straordinario, ma è in ritardo nell’approvazione dei progetti che dovranno necessariamente ottenete l’approvazione della Commissione di Bruxelles. Più che degli obiettivi e dei contenuti, si sta discutendo della “governance”, cioè della struttura di comando che avrà il compito di distribuire i fondi in arrivo. Il braccio di ferro tra Conte da una parte e Renzi dall’altra accompagnerà il transito dal vecchio al nuovo anno, ma l’intransigenza del leader di Italia viva che parla di un governo già in crisi virtuale copre a malapena l’insoddisfazione dei maggiori partiti della coalizione – Pd e Cinque Stelle – stanchi di essere praticamente commissariati da un Capo di governo che agisce in solitario e con una buona dose di sufficienza accompagnata da un sapiente uso dei mass media e soprattutto della Tv.

La tensione all’interno della maggioranza e la sorda competizione fra Conte, Zingaretti e Di Maio, con Matteo Renzi in veste di guastatore sono il lascito avvelenato che il 2020 consegna all’anno che viene. Un morbo per il quale manca ancora un antidoto. E il vaccino, in questo caso,  è lontano.

di Guido Bossa