Una classe dirigente sempre più inerte

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Nella intricata ragnatela tessuta attorno alle regionali, la crisi pandemica non contribuisce certo a rendere meno aggrovigliata la matassa delle contraddizioni che si intrecciano, da una parte e dall’altra nei rispettivi schieramenti, in un dibattito politico acceso soltanto da divisioni, con un confronto sui teji caldi che fino ad ora si è rivelato sostanzialmente sterile. Delle sorti della Campania si sta dibattendo poco o niente. Ma tant’è. Sull’immobilismo politico della classe politica meridionale, e nello specifico di quella campana, ci sarebbe da discutere, e non poco. Purtroppo, la Campania rappresenta bene la condizione di impasse, di profondo immobilismo in cui versa tutto il Mezzogiorno, a causa dell’inerzia politica che la caratterizza da tempo. Marginalizzazione, periferizzazione, emarginazione sono le coordinate disorientanti per identificare, sull’asse cartesiano di un Paese duale, la condizione di sottosviluppo e di subordinazione del Sud rispetto al Nord, e all’egemonia della sua classe dirigente. La Campania, che dovrà andare al voto in una situazione sociale ed economica mai così disastrosa e disastrata, è una regione che viaggia spedita verso una sconfitta di vaste proporzioni, che mai come oggi si caratterizza per una subordinazione politica che fa assurgere la più grande regione del Mezzogiorno, sempre più residuale nella cartina politica del Paese, a simbolo del tracollo di tutto il Sud. A cosa potrà servire il voto d’autunno, considerate lo scenario di emergenza sociale ed economica entro il quale ci si muove, tralasciando le emergenti tentazioni salvifiche a vocazione leaderistica, per una regione incapace di esprimere un classe politica in grado di sostenere le sfide straordinarie di un presente critico, è difficile immaginarlo. Che il ceto politico meridionale abbia fallito è davanti agli occhi di tutti, in particolare in una regione sotto scacco come la Campania. Il dramma è che la politica non riesce a sciogliere le proprie contraddizioni, figurarsi se in grado di affrontare le criticità che stringono la dura realtà sociale meridionale in una morsa sempre più stringente. Aveva forse ragione Nicola Zitara, meridionalista troppo presto dimenticato, quando sosteneva “che una parte del Paese ha il suo governo e l’altra parte del paese ha propriamente uno sgoverno. A realizzare questa assurdità politica, continuava Zitara, provvedono i partiti, i quali sono riusciti ad appiattire la classe politica meridionale nella funzione di sottogoverno”. Il problema sembra essere esattamente questo. Al Sud, purtroppo, c’è un rapporto vizioso e circolare tra le un disagio sociale dalle proporzioni sempre piú vaste e l’incapacità politica che determina una diffusa inefficienza nella gestione della “cosa pubblica”, facendo scaturire un giudizio tranchant sull’inadeguatezza di una classe politica meridionale mai così avversata. Alla Campania, a tutto il Mezzogiorno, serve spezzare questo circolo vizioso tra fallimento e permanenza ad oltranza della classe dirigente, complessivamente intesa. Se, dunque, il problema del Sud è un problema di classe dirigente, allora il Mezzogiorno va salvato da questa classe dirigente, nazionale e locale, per non assistere ad un suicidio annunciato. Ma in questi anni é stata fatta terra bruciata. E una classe dirigente non la si inventa dal mattino alla sera. La desertificazione, alla quale la politica meridionale sta assistendo silente, rappresenta una spirale pericolosa per un Sud che sprofonda a causa dell’assenza di una guida politica che sia in linea con i tempi di crisi. Il Mezzogiorno, quante volte è stato rimarcato, si è visto tradire da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, e ancor più gravemente è stato tradito dalla propria classe politica. A un Meridione disilluso e disingannato non si può più mettere nel piatto evanescenti illusioni, soprattutto se hanno l’odore e il sapore dell’ennesima beffa. “Il Mezzogiorno è il problema di tutti. Se questo comincia a diventare il titolo a nove colonne del Paese Italia, ad essere redento non sarà soltanto il martoriato Meridione ma un Paese intero che senza un orizzonte unitario deve necessariamente ritrovare se stesso.

di Emilio De Lorenzo