Una guerra che chiama le nuove generazioni

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Già qualche settimana fa, a fronte della drammaticità globale che stiamo vivendo, ho avvertito il bisogno interiore di parlare della nostra sensazione di vita collettiva “a breve termine”, sensazione mai così profondamente presente.

A rafforzare la percezione della paura sono le nostre temute condizioni di salute, le nostre relazioni interrotte, le situazioni lavorative bloccate, i nostri programmi di vita migliore svaniti.

Si avverte nelle ultime settimane l’affannosa e disorientata ricerca di una protezione, di un rifugio sicuro, di una cura efficace contro il coronavirus.

È una ricerca associata alla esigenza di tempi rapidi, prima che la catastrofe assuma dimensioni incontrollabili. È una ricerca tanto più drammatica quanto più avvertiamo la solitudine dell’isolamento coatto. È una ricerca ingannevole se vinta dalla paura, dalla chiusura interiore, dal ripiegamento disordinato. È una ricerca, però, che viene cancellata con forza se consideriamo a fondo il dono della vita di tanti medici, di tanti infermieri, di tanti volontari che, con esemplare altruismo e solidale responsabilità, non hanno disertato la prima linea del fronte bellico sempre più difficile e pericoloso.

Allora avvertiamo il bisogno interiore di un approdo personale e collettivo immediato attraverso l’apertura di uno sguardo ampio ed attento, abbandonando postazioni comode ed annose alle quali il relativismo occidentale ci aveva abituato. Cosicchè cominciamo ad assaporare un percorso di maturazione già iniziato, prima che il solito giudice di gara desse il via: percorso con inizio immediato e dal traguardo utile se prima delle nostre gambe arriva la nostra anima. È un traguardo che gli oltre diecimila connazionali morti non hanno avuto né l’occasione, né il tempo di raggiungere. Le tante parole di questi giorni non scalfiscono di un micron il valore della vita perduta di queste persone il cui ricordo non è stato accompagnato né dal pianto dei congiunti, né dalla possibilità di deporre un fiore sulla loro fossa certa. Sono caduti sul fronte di una guerra inattesa e senza confini.

È un percorso di maturazione, il nostro, del periodo quaresimale 2020 che verrà infaustamente ricordato dai nostri figli e nipoti, che avrà senso e prospettiva se riusciremo a coltivare, promuovere e diffondere, ognuno all’interno del proprio micro-orizzonte relazionale, la centralità della fiducia con le sue coordinate esistenziali, verticali verso Dio ed orizzontali verso il prossimo.

La percezione di questa maturazione umana, sociale e spirituale, va trasmessa, con umiltà ed affetto, ai nostri giovani che saranno chiamati ad aprirsi alla vita. È auspicabile, anzi sarà necessario, che proprio i giovani costruiscano un futuro creativo ed innovativo non vincolato da vecchie e rassicuranti consuetudini o da compromessi paralizzanti.

È, perciò, necessario che questa provvidenziale maturazione e questo tremendo periodo di prova aiutino i giovani a crescere in una libertà matura e responsabile. È auspicabile, frattanto, che la leadership politica e finanziaria italiana, europea e mondiale, dopo questo cataclisma universale, abbandoni gli attuali e diffusi deliri di stupida onnipotenza ed i tanti anacronistici egoismi di parte che non avranno – è bene sottolinearlo – nessun orizzonte di speranza e di concreto futuro.

La grande consapevolezza contenuta nelle parole del Presidente Mattarella e l’accorata preghiera di Papa Francesco sono moniti di storica proiezione civile e spirituale alle future generazioni per “reimpostare” i loro rapporti con Dio Creatore e con l’intera famiglia umana.

di Gerardo Salvatore