Una legge sui salari minimi, un’alternativa al reddito di cittadinanza

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Di Matteo Galasso

Durante un suo recente appuntamento settimanale per fare il punto della situazione sull’emergenza Covid-19 in Campania, il presidente della Giunta Regionale, Vincenzo De Luca, riferendosi alla carenza sempre più evidente di lavoratori stagionali, ha accusato la misura assistenziale del Reddito di Cittadinanza, introdotta dal MoVimento 5 Stelle ed entrata in vigore il 6 maggio 2019 di spingere i giovani disoccupati a non accettare le offerte di lavoro. Il Presidente ha poi rilanciato in un successivo video-appuntamento una proposta che potesse spingere i percettori del reddito a prendere incarichi lavorativi stagionali con un aumento di 500 euro rispetto a quanto percepiscono dal sussidio, in modo da non favorire la carenza di occupazione e garantire agli stessi cittadini un’entrata più dignitosa.
Nell’affermazione iniziale del Presidente della Campania s’intravede certamente una verità: è vero che i giovani non vogliono lavorare per 8-10 ore al giorno per essere pagati con la stessa cifra che riceverebbero dal sussidio mensile erogato dallo Stato!
Per quanto il Reddito di Cittadinanza possa essere criticato, avendo creato in alcune situazioni delle condizioni che consentissero di percepirlo anche a lavoratori in nero, evasori fiscali e pregiudicati, è sbagliato considerarlo controproducente: a parte i casi isolati verificatisi, il sussidio ha permesso a migliaia di italiani di poter venire fuori da una condizione di povertà assoluta. Ancora più sbagliato demonizzare la misura se si considera che i maggiori beneficiari di questa risiedano al Sud e nelle Isole (43%) e che proprio in Campania sia stato accordato allo stesso numero di cittadini dell’intero Settentrione d’Italia. Inoltre non costa quasi nulla allo Stato: se non dovesse subire ulteriori modifiche di sistema, infatti, costerà solo 26 miliardi di euro per il triennio 2020-2023: un costo esiguo, se si considera l’aiuto che garantisce a milioni di italiani.

Spesso i dibattiti che il reddito di cittadinanza si esauriscono in un interrogativo: perché i giovani non mollano il sussidio per accettare un posto di lavoro! Ma è sbagliato far leva sulla frustrazione e sulla rabbia dei cittadini che non percepiscono il sussidio e credere che sia proprio il reddito di cittadinanza a rappresentare un ostacolo agli imprenditori e datori di lavoro disperati, a quanto pare, perché non riescono più a trovare ed assumere “temporaneamente” nuovi dipendenti.
La classe politica di uno Stato democratico e “sociale” non può schierarsi sempre dal lato dei più forti e deve cercare di comprendere le motivazioni che spingano migliaia di giovani a rifiutare un posto di lavoro per continuare a percepire il RdC. La politica deve quindi percepire le esigenze economiche e sociali dei classi meno tutelate del nostro Paese e chiedersi le motivazioni di un determinato fenomeno.
È facile parlare quando si ha una situazione economica stabile alle spalle, ma è necessario oggi più che mai chiedersi cosa si farebbe se si fosse costretti a vivere in una determinata situazione di precarietà. Credo che sarebbero pochi coloro che davanti alla necessità di sopravvivere e mandare avanti la propria famiglia sceglierebbero di lavorare per una somma esigua e non dignitosa, vivendo in condizioni di semi-sfruttamento. Per questo è necessario che la classe politica dirigente impari una volta per tutte ad avere una visione totale del lavoro, tutelando sia le esigenze di chi assume sia le condizioni di chi viene assunto, senza limitarsi a osservare la punta dell’iceberg, rispetto a una situazione che risulta essere ben più complessa.
È assurdo che – a parte il reddito di cittadinanza – in Italia non esista alcuna forma di protezione sociale per le fasce della popolazione che vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta. Così non si garantisce ai deboli, se non tramite ammortizzatori sociali, una vita dignitosa. Nella maggior parte dei Paesi Europei e Occidentali, come Francia, Germania, USA e UK, meta da tempo di decine di migliaia di giovani italiani “in fuga”, questa legge non solo è realtà, ma pilastro fondante del lavoro e del rispetto per la persona.
Passare dalle parole ai fatti in questa direzione sarà l’unico modo per restituire dignità al lavoro, rendendolo decisamente “più appetibile” del sussidio di disoccupazione e per far sì che si metta un freno a tutti quei cittadini che per lavorare ed essere retribuiti il giusto abbandonino l’idea di emigrare. Abolire una misura come quella del reddito di cittadinanza risulterà sempre controproducente, almeno finché non ci sarà la possibilità per tutti gli italiani di lavorare in condizioni stabili e vantaggiose per il rispetto fondamentale della dignità umana.