Dal vinile a Spotify: storia di una magia dura a morire

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Recensione a Roberto Razzini, Dal vinile a Spotify. Quello che resta sono le canzoni, People Records 2020.

Di Raffaella D’Urso

Tra le uscite editoriali di giugno, che nel periodo storico attuale costituiscono forse un’ancora di salvezza ancora più necessaria a quanti sono abituati a ricercare nei libri nuovi sguardi sulla realtà, figura un testo molto interessante e certamente adatto a ogni tipo di pubblico: Dal vinile a Spotify di Roberto Razzini, edito da People per la collana People Records.

Managing director di Warner Chappel Music Italiana dal 2002 e, dunque, in qualità di addetto ai lavori, Razzini filtra i mutamenti subiti dal panorama musicale negli ultimi cinquant’anni con la lente della sua esperienza personale e lavorativa, che con tali cambiamenti costantemente s’intreccia. Nel corso della lettura si ha, infatti, la continua sensazione che la storia dell’autore coincida in tutto e per tutto con quella della musica e della sua fruizione, senza che vi sia spazio – in entrambi i casi – per uno stato d’animo che nel mondo odierno tende sempre più spesso a inquinare rapporti, passioni e mondo lavorativo: la noia. «Quella che forse per molti era una noia mortale», scrive l’autore nel primo capitolo, «per me era magia: in un pomeriggio mi capitava di ascoltare infinite ripetizioni di una singola traccia di chitarra di accompagnamento per un pezzo che magari avrebbe rappresentato poco più che un riempitivo nell’album di quella band o di quell’artista». Una magia certamente affascinante ma negli anni Settanta non ancora onnipotente per chi avesse voluto lavorare nel campo, sebbene nel caso di Razzini fosse alimentata dall’immenso catalogo in possesso del padre (allora direttore commerciale della CBS Sugar) piuttosto che dalle più convenzionali canzoni dello Zecchino d’Oro: per lavorare nel mondo della musica non esisteva, infatti, una scuola specifica.

Per la fortuna del lettore – che se fosse andata diversamente non avrebbe mai conosciuto questa affascinante storia –  e per quella dei numerosi artisti con i quali ha negli anni successivi collaborato (tra i quali figurano, per esempio, gli Afterhours, Brunori Sas e Caparezza), la magia è stata coraggiosamente tenuta viva anche in assenza di una collocazione precisa nell’universo lavorativo: nell’estate del 1978 Razzini comincia a lavorare per un grossista a Milano, per poi essere trasferito ai magazzini della Record 2000, dove resterà tra il 1984 e il 1990. È dalla sua postazione, circondato da True Blue di Madonna e dai successi dei Duran Duran rigorosamente in vinile, che l’autore assiste alla diffusione del picture disc prima e a quella del compact disc poi, attribuendo a quest’ultima un impigrirsi delle case discografiche, che in quel periodo preferirono affidarsi a ristampe e rimasterizzazioni piuttosto che alla ricerca di nuovi talenti. Tale opinione è dichiarata impopolare da Razzini stesso, ma non è controproducente per il suo intento, che rimane quello di raccontare dal suo punto di vista una storia che appartiene a lui così come a tanti altri: la vera passione del ragazzo di bottega è, infatti, il talent scouting ed è probabilmente per questo che si insiste tanto sulla sua imprescindibilità. Particolarmente affascinante è una descrizione piuttosto enigmatica dei parametri da tenere in considerazione per la valutazione di un brano: «Non è solo una questione di ‘bella canzone’, perché questo giudizio si basa frequentemente su una valutazione soggettiva. (…) Un brano, per destare un interesse del pubblico, deve possedere degli elementi oggettivi. È difficile da spiegare, ma ci sono pezzi che, quando li ascolti, ti fanno scattare dentro qualche cosa che ne evidenzia il valore diverso». Più che della volontà di preservare un indicibile segreto professionale, che sarebbe certamente lontana dalla limpidezza che fin dalle prime pagine il libro tacitamente promette di mantenere, le parole di Razzini si fanno portatrici del reale problema di rendere noto un criterio di valutazione di volta in volta diverso e, per questo, difficilmente universalizzabile e comunicabile.

Il racconto di aneddoti e sensazioni legate al suo ingresso, nell’estate del 1993, nella Warner Chappell Music Italiana in qualità di Head of International, è seguito da un capitolo emblematicamente intitolato ‘Uno tsunami tecnologico’, in quanto nello stesso anno si assiste alla nascita del formato mp3, riproducibile e codificabile dal pubblico a partire dal 1995. Se, da un lato, l’autore riconosce la grande portata di tale rivoluzione discutendone gli aspetti più tecnici senza mai risultare incomprensibile, dall’altro non manca di evidenziare la consapevolezza, da parte del settore dell’editoria musicale, della propria fragilità rispetto a tale evento, successivamente ridimensionata dal racconto dei vantaggi che si riuscirono a trarre dal punto di vista lavorativo (uno su tutti una rinnovata considerazione del rapporto con il mondo dei videogiochi). Nel primo decennio degli anni Duemila, alla svolta legata all’avvento del file sharing e alla rivoluzione digitale si aggiunge poi la nascita del format del talent show, argomento che fornisce all’autore un’ulteriore occasione di mostrare la sua particolare attenzione per il talent scouting e, ancora una volta, per mezzo di un’opinione impopolare ma coerente: più che dell’idea che la musica condizioni la società e la cultura di ciascun’epoca, Razzini si dichiara sostenitore della capacità dei singoli interpreti (sempre più numerosi grazie ai talent) di permettere all’autore di un brano di essere narratore del proprio tempo, enfatizzando determinati contenuti mediante testi e musica. È a proposito della centralità della figura autoriale che viene richiamata un’iniziativa promossa regolarmente dalla Warner Chappell e denominata writing camps, che consiste nel riunire in una struttura extracittadina un gruppo di autori con esperienze diverse e fino ad allora reciprocamente sconosciuti, in modo da favorire per ciascuno l’uscita dalla comfort zone e, più in generale, una condivisione di sensibilità diverse già in qualche occasione risultata fruttuosa (è a un’esperienza di questo tipo che si lega, per esempio, la genesi di Stupida di Alessandra Amoroso). Il racconto di tale modus operandi, che costituisce un esempio davvero originale del lavoro che si cela dietro a una canzone, lascia emergere l’inestimabile valore attribuito in questo campo alle interazioni umane e, in qualche modo, a una forma di lentezza che è dunque solo apparentemente incompatibile con una realtà che non ruota più a 45 o a 33 rpm al minuto, in cui il click si sostituisce al supporto fisico e la playlist a una voluminosa collezione.

La stessa irrepetibilità dei singoli incontri tra autori caratterizza, del resto, anche la musica dal vivo, per la quale Razzini registra negli ultimi anni un aumento degli appuntamenti live che viene ricondotto al desiderio, da parte del pubblico, di non accontentarsi di una modalità di fruizione musicale definita, ancor più che ‘liquida’, ‘gassosa’: «Il live trasmette così tanta energia e porta a esperienze molto importanti da un punto di vista emozionale, sia che ci si trovi all’interno di uno stadio con migliaia di persone che cantano la stessa canzone all’unisono, che si partecipi a un live acustico con cinquecento spettatori». È allora evidente come la pandemia abbia privato la musica di una gran fetta della sua componente materiale e irripetibile che abita, oltre che nei concerti, in tutti gli ambienti frequentabili collettivamente (bar, centri commerciali, palestre), che durante il lockdown sono stati privati del colore dato sia dalla musica in filodiffusione sia dalle persone che, spesso inconsapevolmente, li frequentano canticchiando. Ed è proprio agli effetti della diffusione del COVID-19 sul mondo della musica che viene dedicato l’ultimo capitolo, in cui sono forse condensate le ragioni per le quali varrebbe la pena approfondire la conoscenza di quel mondo ‘magico’ al quale Razzini sente, fin da ragazzino, di appartenere: oltre a essere sottofondo quotidiano, custode fedele di emozioni, strumento per lanciare messaggi altrimenti indicibili o la compagnia di notti insonni, la musica è anzitutto un lavoro. Una magia ben retribuita è forse poco fiabesca ma se non fossimo immersi in una realtà ben diversa da quella che ci veniva raccontata da bambini non vi sarebbe, forse, la necessità di dare così tante spiegazioni.

L’autore

Nella prefazione di Marta Cagnola (Radio 24), il libro è definito «un racconto di vita, ma anche un piccolo manuale di storia recente della discografia italiana». Si segnala, pertanto, a questo link (https://bit.ly/dalvinileaspotify) una playlist realizzata dall’autore, contenente i brani citati nel libro.