Emergenza, appello all’unità

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La vera emergenza si chiama Coronavirus e tutto il Paese dovrebbe essere unito per fronteggiarla.  Ma l’irrefrenabile inclinazione alle polemiche non stermina il chiacchiericcio della politica che si alimenta del diverbio tra Conte  da una parte e Salvini e i governatori leghisti dall’altra. La maggioranza invece almeno per ora ha messo da parte le tensioni interne ma le emergenze restano e la politica dovrà tornare ad occuparsene. Le ha ricordate Gianni Cuperlo e la sua è una fotografia drammatica che vede l’Italia ferma. È inchiodato l’ascensore sociale: siamo il paese dove il futuro dei figli dipende in misura maggiore dal reddito dei genitori, peggio di noi solo Gran Bretagna e Stati Uniti. Il reddito medio pro capite è lo stesso da 25 anni, un quarto di secolo. Abbiamo sofferto tre recessioni nell’ultimo decennio, cosa mai accaduta nella storia della Repubblica. 11 milioni di italiani non hanno la possibilità di curarsi come dovrebbero e 5 milioni vivono sotto la soglia di povertà. Ci sono oltre 150 tavoli di crisi aperti e decine di migliaia di lavoratori vedono buio davanti a sé.  Continuare non serve ma questa implacabile fotografia dovrebbe aprire gli occhi ad una classe politica che si occupa testardamente dei suoi piccoli problemi e non vede mai quelli generali. La sfida tra Conte e Renzi è sulla prescrizione o sul sindaco d’Italia. Argomenti che con tutto il rispetto sono acqua fresca rispetto agli altri appena elencati. La politica continua ad inseguire un eterno presente senza nessuna riflessione sul futuro delle nuove generazioni.  La rotta di un declino non si può risolvere con misure tampone come gli ottanta euro o il reddito di cittadinanza. Il vero welfare europeo quando è nato si è occupato di istruzione e sanità. Misure fondamentali per migliorare la vita dei cittadini. Oggi crescita, occupazione e consumi sono fermi e le cause del declino sono profonde e non è più il caso di rimpallarsi le responsabilità ma di affrontare seriamente le questioni principali. Ora è evidente che da un declino non si esce solo incolpando la classe politica ma con un coinvolgimento delle energie migliori della società che non possono solo assistere ma hanno il dovere di partecipare. Lo storico ed economista Gianni Toniolo scrive che “il declino di un paese non può essere combattuto da un élite politica e tantomeno intellettuale: la reazione deve essere corale perché comporta il rinnovamento di modi di essere individuale e collettivi. Quello che le élite possono fare è spiegare i pericoli, indicare soluzioni e mobilitare attorno a quelle. Ecco il compito nobile e insostituibile della politica”.  E’ evidente che questo governo nato da uno stato di necessità sta esaurendo la sua ragion d’essere iniziale che era quella di imporre una narrazione diversa rispetto a quella prevalente del sovranismo. Dovrebbe trovare un filo unitario ma la coalizione di governo non è un centrosinistra classico. Solo il PD ha dentro questa tradizione. I Cinque Stelle sono un movimento nato da un “vaffa” e da un forte sentimento anti casta e Renzi è alla ricerca di una identità vagamente centrista.  Andare avanti solo con la forza dei numeri alla lunga si rivelerebbe un errore perché occorre avere una politica. Come ha scritto Ezio Mauro ci troviamo di fronte ad un governo orfano, l’unica formula che ancora mancava al fantasioso catalogo degli esperimenti italiani. Questa assenza di politica deve essere chiusa in fretta. Non si può stare troppo tempo alla finestra e allora l’emergenza coronavirus è un modo per riempire un vuoto e chiamare il Paese all’unità evitando risposte emotive ed esagerate ma subito dopo l’emergenza occorre tornare alla normalità e ad una politica finalmente all’altezza.

di Andrea Covotta