I paradossi di un voto amministrativo

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L’Italia era un Paese nel quale il risultato del voto amministrativo poteva influenzare la politica nazionale fino a modificarne gli equilibri. Vent’anni fa – nel Duemila per l’esattezza – un governo si dimise interpretando l’esito di un turno di elezioni regionali come un atto di sfiducia all’esecutivo. Era il secondo governo guidato da Massimo D’Alema, primo e finora unico ex comunista insediato a palazzo Chigi: il Presidente della Repubblica Ciampi lo rimandò alle Camere sollecitando un necessario chiarimento politico, che però non ci fu. D’Alema confermò l’intenzione di rimettere il mandato e questa volta Ciampi fu costretto a prendere atto della nuova situazione politica. Il governo cadde senza un voto di sfiducia del Parlamento, e poco dopo nacque il primo governo Amato. Questo fino a ieri. Ora non più. Fra tre settimane dodici milioni di italiani saranno chiamati alle urne per rinnovare oltre mille consigli comunali fra i quali quelli di una ventina di capoluoghi, per eleggere due deputati a Roma ed il presidente e il Consiglio regionale della Calabria. In Italia non si vota per le politiche da tre anni e mezzo, e in tutto questo periodo i sondaggi hanno fatto le veci del voto popolare, modificando continuamente la graduatoria dei partiti: all’inizio del 2021, quando cadde il governo Conte 2, il presidente della Repubblica comunicò agli italiani che l’esito delle sue consultazioni con i gruppi parlamentari non gli aveva consentito di individuare una maggioranza praticabile, ma l’emergenza sanitaria sconsigliava lo scioglimento anticipato delle Camere. Nacque così il governo Draghi, forte di una maggioranza amplissima che è in disaccordo su molte cose ma non sul fatto di contarsi nelle urne. Non ne vogliono sapere. A chiedere le elezioni è solo, coerentemente, l’opposizione di Fratelli d’Italia. In questa situazione si potrebbe pensare che le urne amministrative del 3-4 ottobre potrebbero dare un’indicazione sul tasso di gradimento del governo. Invece non sarà così. Questa volta il governo Draghi non sarà minimamente toccato dal voto nei Comuni, anche se ad essere interessate saranno città come Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Trieste, ma il fatto che l’esecutivo sia al riparo da eventuali ripercussioni non vuol dire che dopo le elezioni ci troveremmo ancora nella condizione che il politologo Piero Ignazi ha definito sul “Domani” di “sospensione della politica”. No: la politica si rimetterà in moto e proprio a partire dai protagonisti del conflitto, i partiti, che saranno costretti ad uscire dal letargo in cui sono entrati sette mesi fa. La partita si gioca al loro interno, e saranno gli elettori a distribuire le carte. A destra come a sinistra. Sulla destra dello schieramento politico il duello fra Salvini e Meloni vedrà probabilmente la leader di FdI prevalere in termini di conensi senza però riuscire ad imporre i propri candidati nei governi locali. Al momento su questo fronte si danno per vincenti Paolo Damilano (Lega) a Torino e Roberto Occhiuto (Forza Italia ) in Calabria. A Roma, dove la Meloni pensa di fare il pieno dei voti, la scelta di un candidato palesemente inadeguato darà probabilmente la vittoria al centrosinistra. A Napoli l’indicazione di un magistrato in carica nel distretto fino a due mesi fa non depone a favore dell’autonomia della politica. Insomma, l’estrema destra raccoglie consensi ma non ha una classe dirigente all’altezza. Paradossi che non mancano neppure a sinistra dove la partita si gioca tutta fra Pd e Cinque Stelle, destinati ad allearsi in parlamento ma intanto avversari a Roma. Su questo versante sono i grillini a mostrare crepe vistose: nel collegio romano di Primavalle, vinto tre anni fa con oltre il 30% dei consensi, non si sono presentati; a Torino la loro sindaca uscente lascia l’incarico e non si ricandida in seguito a disavventure giudiziarie concluse con condanne in primo grado. Lo stesso neoleader del Movimento, Giuseppe Conte sembra riporre le sue speranze di entrare a Montecitorio sulla buona volontà del Pd. Ma l’incognita principale riguarda il consenso del partito nel voto locale: se gli elettori ne decretassero il declino, Enrico Letta si troverebbe solo, senza una strategia di ricambio.

di Guido Bossa