Il buddhismo, una «rivoluzione gentile»

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Gentilezza, cura, compassione: questi i cardini attorno a cui ruota l’ultima opera del giornalista e scrittore Stefano Bettera (Il Buddha era una persona concreta. Consigli di felicità orientale a uso degli occidentali, Rizzoli), di recente entrato a far parte del Consiglio Direttivo dell’Unione Buddhisti Italiani. Con una prosa lieve, “gentile”, quasi volesse rincorrere l’eterea delicatezza del fiore di loto, Bettera dispiega una geografia degli insegnamenti buddhisti senza mai addentrarsi in sterili astrazioni concettuali («il logos deve diventare methodos»), che ne tradiscono l’essenza di risveglio «alla concretezza dell’esistenza».

Con un investimento in prima persona, l’autore racconta le sue peregrinazioni alla ricerca del “perché” (nelle domande egli scorge «la poesia della vita»), con una progressiva consapevolezza della necessità di non cedere alle troppe lusinghe offerte dal pensiero razionale e dalla corsa all’autoaffermazione («Il sottile ricatto del riscatto»), giacché, come egli afferma, «La vita non va pensata, va vissuta». Quello di Bettera è un invito a sentirci «parte di un quadro più grande», ad andare oltre le angustie del sé inteso come fortino di inviolabili certezze. Si tratta, dunque, di un «processo di de-identificazione»: come confermano le recenti ricerche della fisica quantistica, non esiste una materia inerte e isolata, né un soggetto neutrale che la osserva dall’“esterno”. Tutto e tutti siamo parte di un processo di continue trasformazioni che interagiscono creando momentanei punti di intersezione: in breve, non c’è inizio né fine (Epicuro docet). Immergersi in questo flusso in costante divenire, dire «sì alla vita», significa accettare la realtà così com’è: l’unica rivoluzione che possiamo esperire è dentro di noi. Il che significa che la sofferenza continuerà a esistere. Ciò che può cambiare è il nostro modo di rapportarci a essa: come egli scrive, «quando non accettiamo il cambiamento ci allontaniamo dalla felicità».

Ecco allora che per cambiare paradigma occorre innanzitutto ascoltare il corpo, che «è più saggio della mente», la quale vaga di albero in albero come una scimmia senza mai trovare requie: al cogito di Cartesio, su cui si edifica un soggetto chiuso «all’interno del proprio teatro rappresentativo» (Paola Rumore), il Buddha risponde che «qualcosa pensa», e che «la coscienza è sempre coscienza di qualcosa», non solipsistica autoaffermazione. Ed è qui che entra in gioco la pratica meditativa, che «serve a identificarsi con lo stato delle cose», perché «Ogni cosa rispecchia in sé il tutto» (Byung-chul Han).

Grazie a una «colonna sonora» ricca di riferimenti alla cultura “pop”, ma che non disdegna parallelismi con i giganti della filosofia antica e moderna, Bettera riesce a costruire un immaginario familiare in cui la pratica buddhista non è affatto qualcosa di esotico o irraggiungibile, ma un itinerario utile alla sopravvivenza nell’hic et nunc, che ci permette di assaporare ogni attimo grazie alla consapevolezza del momento presente. Da questo punto di vista, la felicità assume un significato concreto solo se ci si ferma ad ascoltare la «propria fragilità»: l’obiettivo è ristabilire una connessione profonda con quel cosmo di cui siamo parte. Come asserisce Bettera, non c’è nessuna meta da raggiungere, nemmeno il Nirvana. Un’affermazione che può destare qualche perplessità, soprattutto in chi considera il Risveglio un lontanissimo traguardo (infatti egli ci parla di un’Illuminazione fatta di “momenti”). Parimenti si potrebbe dire dell’assimilazione del praticante buddhista all’Übermensch nietzschiano (specie se si mette in guardia dal «Farsi guidare dagli istinti»), nonché del parallelismo tra il sangha (la comunità buddhista) e i recenti movimenti di protesta nati dal basso, che di certo manifestano impegno concreto, ma allo stesso tempo scarse virtù introspettive.

Tuttavia sono proprio questi elementi che rafforzano l’idea alla base del libro: quella di un buddhismo sostanzialmente avulso da connotazioni religiose (specie in riferimento all’accezione cristiana del termine religio). In breve, una “filosofia di vita” che invita a pensare con la testa propria: né più né meno che una zattera «costruita allo scopo di traghettare e non di mantenercisi attaccati» (Majjhima Nikaya, 22).

I suggerimenti pratici di meditazione acclusi al testo vanno in questa direzione: forniscono uno strumento pratico atto a ristabilire l’equilibrio, conditio sine qua non della felicità nostra e di quella altrui. Già perché, come ci ricorda Bettera, siamo tutti «un corpo solo»: il “mio” benessere dipende da quello “altrui” e viceversa.

Ecco che allora riscopriamo la «leggerezza di un fiore di campo», la generosità e la gentilezza che ci inducono a non avere paura: «coltivare il cuore» significa riscoprire «il bambino che è in noi».

 

Diego Infante         

 

  1. Bettera, Il Buddha era una persona concreta. Consigli di felicità orientale a uso degli occidentali – Rizzoli – pp. 229 – Euro 16