Il Pd fra ambizione e realtà

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Commentando la conclusione della crisi di governo, il segretario del Pd Zingaretti aveva detto due settimane fa che il suo partito si era confermato come “forza centrale del cambiamento”: dunque un bilancio tutto sommato positivo di una partita politica aperta per iniziativa altrui. Ora, completata la squadra di Mario Draghi con la nomina dei viceministri e dei sottosegretari, si delineano meglio i contorni del nuovo esecutivo e i due piani ben distinti della sua azione: da una parte quello istituzionale, presidiato dal presidente del Consiglio e dagli uomini (e donne) di sua fiducia, dall’altra quello dei rapporti politici, volutamente lasciato alla dialettica parlamentare che, vista l’ampia maggioranza registrata alle Camere, non potrà comunque insidiare la stabilità governativa. Dalle prime mosse fin qui registrate par di capire che siano i partiti di centrodestra a trovarsi più a proprio agio nella nuova situazione: la Lega canta vittoria per il ritorno al ministero dell’Interno con il sottosegretario che fu il più stretto collaboratore di Salvini ministro del Conte 1; Berlusconi piazza uomini di sua fiducia all’editoria e alla giustizia; all’opposizione, Giorgia Meloni vede crescere i sondaggi a suo favore. Di fronte a questa realtà sta il magro bottino dei democratici, che non sono rappresentati né al Viminale né a via Arenula e vedono declassato da ministro a sottosegretario Enzo Amendola che agli Affari europei aveva fatto più che bene. Ma se sul bilancino dei posti di sottogoverno si può discutere, in attesa fra l’altro del conferimento delle deleghe e della definizione delle competenze dei nuovi dicasteri (Ecologia e Innovazione tecnologica), c’è un tema tutto politico cui il partito del Nazareno non può sfuggire: se il Conte 2 era nato per arginare le ambizioni salviniane, ora che Lega e Pd governano insieme, come fare per distinguersi dall’ingombrante alleato?  E ancora: come svolgere nel nuovo contesto istituzionale quel ruolo centrale di garanzia del sistema democratico in Italia e in Europa che il Pd aveva esercitato, anche dall’opposizione, quale espressione politica di un ceto medio che si identificava con lo Stato e di una borghesia che si definiva “illuminata” e progressista? Questo compito è passato ora nelle mani di Draghi e delle personalità che il presidente del Consiglio ha sistemato nei posti chiave della sua squadra: Economia, Giustizia e Interni, oltre che ai già citati dicasteri di nuovo conio, ai quali si devono aggiungere figure chiave come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e l’Autorità delegata per la Sicurezza affidata a Franco Gabrielli, fino a ieri Capo della Polizia.

In questo quadro, sulla carta ben delineato ma in attesa di manifestarsi nella quotidianità dell’azione di governo e nei rapporti con l’Europa, qual è lo spazio a disposizione di una forza politica che si definisce “centrale” ai fini del necessario cambiamento ma che intanto non si schioda, nelle intenzioni di voto, dal 18-19%, cioè ben al di sotto di una soglia che le consentirebbe di coniugare ambizione e realtà? Fallito il tentativo di costituire un collegamento in sede parlamentare con i vecchi alleati grillini, nel frattempo precipitati nel marasma più assoluto, il Pd ha urgente bisogno di ridefinire la propria identità riformatrice, per non essere costretto a scegliere tra la “vocazione maggioritaria” ereditata dal suo fondatore Walter Veltroni e l’ ”europeismo critico” evocato da Giuseppe Conte ieri a Firenze.

di Guido Bossa