Il ruolo dell’UE nel cambiamento climatico. Intervista ad Angelo Bonelli (Europa Verde)

0
729

Di Matteo Galasso

Ancora una volta, la scorsa estate, abbiamo sperimentato tutti, in Italia e in Europa, la gravità di eventi naturali critici (incendi, alluvioni, allagamenti, temperature fino a 50 gradi, siccità) legati al cambiamento climatico. E ancora una volta si è evidenziato il ruolo delle attività antropiche rispetto al riscaldamento globale, ma anche che siamo ancora in tempo per invertire la rotta se raggiungeremo entro pochi decenni la cosiddetta “neutralità climatica”, imparando a vivere e svolgere le nostre attività senza l’utilizzo dei combustibili fossili.

Nonostante queste consapevolezze, ancora troppi governi e partiti politici continuano ad anteporre la retorica del profitto a una politica ecologica e ambientalista che non vuole rinunciare ai comfort della società moderna, ma chiede un cambio di passo da troppi considerato eccessivamente radicale. Solo l’Europa, perseguendo una politica ambientalista e mostrandosi compatta contro i cambiamenti del clima, è in grado di influenzare le decisioni prese dalle altre superpotenze globali. Ne parliamo con l’On.le Angelo Bonelli, portavoce nazionale di Europa Verde.

 

L’attivista politica Greta Thunberg ha dichiarato che è chiaro a tutti che la Cop è un fallimento. Lei cosa ne pensa?

Greta ha ragione, nonostante il ministro della transizione ecologica Cingolani (che abbiamo soprannominato ministro della “finzione ecologica”) l’abbia definita una qualunquista. Ha fatto bene a protestare contro questo summit, dove non è stato posto un limite entro il quale azzerare le emissioni di CO2 e cessare l’utilizzo degli idrocarburi. Durante la conferenza è stata praticata l’arte della diplomazia senza aver ottenuto alcun risultato concreto. Eppure la crisi climatica richiede provvedimenti urgenti: rimandare di decenni decisioni da prendere ora è un atto criminale.

 

Alok Sharma, che ha presieduto la Conferenza, si è dichiarato “profondamente frustrato” dal passo indietro compiuto sull’utilizzo dei combustibili fossili voluto da Cina e India. Come reputa il fatto che non ci sia stato nessuno che si sia imposto per confermare la totale eliminazione graduale dell’uso del carbone?

Tutti, a parole, si battono per uscire dalla crisi climatica, ma, in realtà, i governi sono vincolati ad una lobby del petrolio che condiziona anche la politica economica che perseguono. Per questo la classe dirigente non riesce a prendere una decisione netta, anche pensando alle future generazioni. La World Trade Organisation (Organizzazione mondiale del commercio), che riunisce oltre 160 Paesi, prende decisioni vincolanti sul commercio internazionale e i Paesi che violano gli accordi sottoscritti sono sottoposti a sanzioni internazionali, mentre la Conferenza sul Clima – ben più importante della WTO, perché ad essa è legata la sopravvivenza del pianeta – non esercita accordi vincolanti, ma viene risolta con frasi generiche al condizionale, che, non servono ad altro che a posticipare le decisioni decennio dopo decennio.

 

Nuova Delhi, capitale dell’India, che non vuole smettere di usare i combustibili fossili, sarà probabilmente la prima città al mondo dove sarà disposto un lockdown climatico. Quali saranno le conseguenze per la popolazione?

Le conseguenze incombono tuttora: l’inquinamento è a tal punto aggressivo che i costi economici e sociali legati all’impatto sanitario sono, di fatto, elevatissimi. L’Oms stima che vi siano 7 milioni di morti ogni anno a causa dell’inquinamento, di cui 56mila in Italia: questo basterebbe a mettere al primo posto la lotta contro il clima. In Italia, ad esempio, è necessario migliorare e rendere efficiente ed efficace l’infrastruttura dei trasporti pubblici. Eppure, il PNRR prevede pochissime risorse stanziate per questo settore, a tal punto che saranno sostituiti solo l’11% dei bus e dei treni. Questo per dimostrare quanto miope e irresponsabile sia l’atteggiamento anche del governo italiano su una battaglia tanto importante.

 

Crede che una politica comune europea – soluzione alla quale si tende con misure che restano però delle direttive da reinterpretare, come il pacchetto Fit for 55 –riuscirebbe a farci uscire più velocemente dalla crisi climatica?

Il piano Fit For 55è poco ambizioso ma rappresenta un passaggio importante per rendere sostenibile la nostra economia. Ancora oggi, nel 2021, il motore termico rappresenta l’elemento sul quale basiamo la mobilità: membri autorevoli del governo si stanno battendo contro questo pacchetto sostenendo che le auto a benzina servano per non mettere in difficoltà il settore industriale e commerciale. Come vede, non c’è capacità, se non a parole, di guidare una nuova trasformazione industriale a breve termine. In Europa, però, la tecnologia ha sviluppato forme di movimento sostenibili. A confronto con Paesi come la Norvegia, dove il 50% delle auto immatricolate sono elettriche, l’Italia guarda al passato e difende interessi inquinatori perseguendo l’utilizzo del petrolio per muoversi e mettendo a rischio la salute dei cittadini. Siamo di fronte ad un conflitto di interessi tra conservazione e modernizzazione, noi verdi siamo per la seconda, ma molte realtà politiche preferiscono, piuttosto, difendere lo status quo.

 

Da un punto di vista di politica estera, un’Europa più unita e con un’unica politica climatica potrebbe anche fare pressione più facilmente su Stati che rifiutano di adeguarsi alle linee guida della Cop 26, come Cina e India.

Sono d’accordo. L’Europa sta effettivamente procedendo in questa direzione, anche se con alcune contraddizioni come quella riguardante il nucleare. Appare sempre più incombente, però, la necessità di un’alleanza internazionale tra Paesi alleati per il clima, oltre all’introduzione della tassazione di carbonio di frontiera: un’ulteriore imposta al momento dell’importazione di un prodotto non ecosostenibile, con alto costo di inquinamento e la cui produzione non prevede rispetto per i diritti dei lavoratori, con forme di dumping sociale e ambientale. Questo tornerebbe utile per evitare ingerenze di produttori che condizionino negativamente la produzione dei Paesi che hanno a cuore l’eco sostenibilità, evitando anche le delocalizzazioni delle nostre industrie verso aree territoriali dove le regole ambientali sono meno rigide e i controlli minori.

 

Ci spieghi il rapporto tra turbo-capitalismo e cambiamento climatico.

A mia interpretazione, corrisponde allo sfruttamento scellerato delle risorse naturali che ha caratterizzato gli ultimi decenni, così come la logica che antepone l’aumento del Pil a ogni scelta sostenibile. Urge trovare un corretto equilibrio nel rapporto tra uomo e natura, anche attraverso l’economia per ridistribuire la ricchezza del pianeta. Inammissibile che realtà come quelle del terzo mondo Africa soffrano di gravi crisi di siccità che provocano centinaia di migliaia di morti oltre ad un aumento della povertà. Questo è ciò che deriva dal turbo-capitalismo, gravando, ovviamente, sulla crisi climatica. Dobbiamo avviare un processo di riforma del sistema economico che ci consenta di dare risposte fin da subito.

 

Sempre più elettori stanno accordando fiducia a movimenti e partiti che considerano prioritaria la lotta climatica: prendiamo il caso di Annalena Baerbock, che con il Partito Verde Tedesco ha conquistato più del 14% delle preferenze. Questo è un segnale forte: come se lo spiega?

C’è una sensibilità che va aumentando in tutto il mondo a velocità diverse, più marcata nel Nord Europa, ma che sta crescendo anche al Sud e in Italia, con un aumento della propensione al voto verde.

 

Presto potremmo trovarci a far fronte a delle vere e proprie ondate migratorie dovute a catastrofi climatiche o a problemi di approvvigionamento alimentare: da questo rischio riusciamo a percepire quanto ampia sia la correlazione tra clima e politica. In che modo l’Unione Europea può evitare che questo accada?

Questo può avvenire attraverso progetti di cooperazione, diminuendo i teatri di conflitti e di guerra, come in Africa Centrale e in Oriente. Ci sono molte guerre in nome delle risorse naturali. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una politica internazionale e diplomatica volta a pace, istruzione ed investimenti. In Niger, dove ci sono i più importanti giacimenti di petrolio, vi è uno dei tassi di povertà più alti al mondo. La distribuzione della ricchezza è necessaria, oltre allo sblocco di fondi. Il fallimento di Glasgow è avvenuto anche perché molti dei Paesi più ricchi si sono opposti ad accordare 100 miliardi di dollari da investire nei Paesi poveri, che, a fronte dei 2000 miliardi spesi ogni anno in armi, non sono niente. Questi esempi fungono da metro di una politica globale che non ha a cuore le sorti del pianeta, né il futuro dei più deboli. Inoltre vi è un forte senso di ipocrisia: la stessa Europa che ha pianto il golpe afghano, oggi chiude le porte e fa il gioco del dittatore Lukaschenko.