Il Sud che il Covid farà più povero

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Di Monia Gaita

È difficile redigere il bilancio consuntivo per un’epidemia ancora circolante che certifichi ciò che si è stati in grado di salvare e ciò che è andato amaramente perduto in termini economici, di salute pubblica, fisica ed emotiva.

Un altro capitolo andrà aggiunto al triste racconto dell’epidemia, un capitolo che scriveremo nei prossimi mesi augurandoci che non sia guastato da troppi danni.

E se all’inizio abbiamo ritenuto che il virus attaccasse tutti con spirito egualitario, ci rendiamo conto che può diventare più nocivo nelle regioni del Sud, quelle con pochi ospedali attrezzati, con un reddito giornaliero basso e precario, con una disoccupazione dilagante che moltiplica divari, povertà ed esclusioni.

C’è un Mezzogiorno da rifondare, e chi nega l’elevazione e il riscatto di questi territori, li vuole intrappolati in un arretramento che ne siglerebbe il collasso precoce.

Ecco perché un agente patogeno fa più paura in luoghi dalle spalle fiacche e i muscoli indeboliti.

Ecco perché ci si preoccupa di più se ad ammalarsi è una persona di salute cagionevole.

Il Meridione oggi è una persona cagionevole.

Prova a resistere, malgrado la debilitazione, all’impennata dei contagi, prova a frenare la corsa dei positivi, prova a rispondere alle terapie messe in campo dal Governo.

E nella dinamica del trauma che si intreccia con ritardi antichi, sottosviluppo industriale e frustrazioni da risicati sbocchi di garanzie e fiducia, non si possiede ancora una visione chiara dei postumi di criticità con cui le nostre energie dovranno confrontarsi.

Il Coronavirus sta creando una psicosi omogenea in tutta la nazione, ma nel Sud attua un furto ancora più pesante, ruba il lavoro in città e paesi già mezzi saccheggiati da un patriziato politico e imprenditoriale che per parecchi decenni ci ha guardato come colonia da occupare e da sfruttare.