La famiglia come luogo sicuro segue dalla prima

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La preoccupante diffusione della varante pandemica, il numero sempre crescente degli esercizi commerciali chiusi, il tormentato dibattito sulla chiusura delle scuole e tanti altri timori collegati agli abituali momenti relazionali, delineano un nuovo periodo di difficolta’ del nostro vivere quotidiano. Non sono pochi quelli che, con un pizzico di umilta’, si sforzano per cogliere l’occasione della nuova fase pandemica per interrogarsi con serietà su alcuni snodi fondamentali della nostra condizione umana nel quadro del desolante silenzio e di credibile animazione umana e sociale all’interno dell’attuale dibattito politico e culturale. A tal proposito, come aquile che hanno volato alto si sono rivelate altamente significativi i contributi di Papa Francesco e del presidente Mattarella. Ad esempio, sul tema “dell’abita – re” nel corso della nostra esperienza esistenziale ci hanno fatto riscoprire l’esigenza , proprio con le restrizioni attuali, di distinguere “lo spazio” dal “luogo” abitato. Su questa pista tematica il mio modestissimo sforzo mi conduce al convincimento che la migliore definizione del nostro abitare sia contenuta in Genesi 2,15, dove si afferma che Dio pose l’uomo nel giardino dell’Eden, affinchè egli potesse “coltivare e custodire” la terra. Le nostre necessarie quarantene ci hanno fatto riscoprire le difficolta’ nel mantenere connesse le due piste, quella del “coltivare” e quella del “custodire”. In sostanza si tratta di agire responsabilmente all’interno della realta’ circostante per incrementare la creazione, meglio ancora per coltivarla. Cosi inteso il nostro abitare comporta l’iniziativa per ogni utile innovazione, Così che la nostre quarantene ci costringono a riscoprire una sorprendente creativita’ che ci salva anche dalla deleteria solitudine. E’ anche vero che il rischio che possiamo correre con questo ritrovato protagonismo e’ quello dell’esaltazione del “coltivare” che oscura del tutto il compito del “custodire”: le radici dell’attuale crisi ecologica, a livello globale, attecchiscono anche in questo humus antropologico, culturale ed economico, nel quadro del mito di un progresso inarrestabile della scienza e della tecnica. Il rischio “dell’abitare” di oggi-le quarantene pandemiche ce lo hanno insegnato-è quello di illudersi di poter eliminare dal vivere ogni possibile insicurezza, è quello cioe’ di pensare, proprio i forza dei calcoli della scienza e della tecnica e dei mirabolanti progetti collegati, di potersi mettere in sicurezza durante l’intera scena umana. In tal modo l’abitare è ridotto al coltivare dei propri spazi relazionali, identificandolo con il costante tentativo di controllare per rassicurare: abitare finisce con il voler dire ”sono al sicuro”. La pandemia e le sue varianti hanno anticipato l’inquietudine collegata al nesso tra “l’abitare” e il “mettersi in sicurezza”. In realta’ dovremmo essere tutti convinti che non possiamo vivere nell’in – sicurezza e nel disordine perché nel disordine e nell’insicurezza è impossibile “colti – vare” vale a dire incrementare consumi che la nostra società tecno-consumistica vede come l’unica condizione di garantire l’universale benessere economico. Il corposo dibattito attuale per fronteggiare la pandemia risente di questa preoccupazione di fondo; Nel nostro modesto ambito relazionale, con molta franchezza, credo di aver riscoperto il significato di “house”- spazio fisico, materiale in cui viviamo- con quello di “home” che ,invece, comprende il concetto di famiglia intesa come nucleo familiare e affettivo. Almeno questo la pandemia lo ha insegnato, anche ai nostri giovani, spesso disamorati della famiglia come luogo approdo sicuro nei momenti difficili.

di Gerardo Salvatore