L’anno nero del sud

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La notte del 4 marzo sembrò che l’Italia dovesse cambiare pagina. L’esultanza di Luigi Di Maio, e della squadra del M5s, certificava, insieme alla Lega di Salvini, la voglia di cambiamento rispetto ad un sistema politico che aveva dimostrato segni evidente di decadenza. Come in altri Paesi di Europa, anche il Italia il populismo faceva il suo ingresso. Con quali risultati? Il bilancio è sospeso. Il governo giallo-verde si è mosso tra non poche difficoltà. In una specie di ricatto complice derivante dalla competizione tra le due forze in campo, troppo diverse tra loro, mantenute insieme dal desiderio della gestione del potere. Non solo. La conflittualità con l’Europa ha fatto temere il peggio e solo in dirittura d’arrivo si è trovata una soluzione che non scontenta nessuno. Ma gli esiti futuri restano incerti. Nell’anno che si chiude la stabilità democratica ha subito gravi contraccolpi. Il percorso compiuto dalla Manovra è stato poco rispettoso delle garanzie costituzionali. Il documento, che programma il futuro economico-sociale del Paese, è giunto nelle aule parlamentari a scatola chiusa, senza che fossero noti i contenuti e con la pretesa di licenziarlo con un voto di fiducia. La muscolarità della maggioranza ha avuto la meglio sulla necessità dell’approfondimento dei temi in discussione. Il 2018 è stato l’anno nero per il Mezzogiorno e, in particolare per le zone interne. Lo spopolamento ha raggiunto livelli di grande preoccupazione e la fuga dei cervelli, ben documentato dal recente Rapporto Svimez, è destinato ad aumentare notevolmente. Al Sud manca una vera classe dirigente in grado di ribaltare la condizione di sudditanza. L’anno si chiude con l’ennesimo ricatto tra Di Maio e Salvini. Il primo ha preteso il provvedimento del Reddito di cittadinanza immaginando di fare cassa nelle regioni meridionali, il secondo punta i piedi per l’Autonomia regionale del Nord. In tutti e due i casi sembra probabile il danno per il Mezzogiorno.

Di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud