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Di Monia Gaita

Il terremoto è una grande ferita.

Facciamo finta che la nostra Irpinia sia un corpo.

Che succede quando cadete? Vi sarà capitato, mentre giocate o correte, di cadere. Quando cadi, ti sbucci le ginocchia, ti procuri lividi, escoriazioni e lesioni. Se la ferita è un po’ più seria, perdi anche del sangue.

Quando ci fu il terremoto in Irpinia, 39 anni fa, molti dei nostri paesi caddero. Anche qui ad Avellino parecchie case caddero.

Le sbucciature, le contusioni, le escoriazioni toccarono anche i luoghi.

I paesi avevano traumi, infezioni e fratture, erano pieni di ematomi, proprio come accade a voi quando cadete. Si fermò il cuore di tanti uomini, di tante mamme, di tanti bambini, ma anche il cuore di tante strade, di tante chiese, di tante scuole, di tante abitazioni.

Perché ricordatelo, anche le cose hanno un cuore, e questo cuore è appoggiato alla radice della terra, si immerge nel plasma dei suoi usi, dei suoi ritmi e dei suoi cicli naturali.

Voi sapete che dopo un disastro occorre ripartire, rifondare i paesi dalle macerie e dalle rovine. L’Irpinia era come una robusta corda strappata, bisognava riannodarla, cucirla là dove si era spezzata, organizzare i paesi da capo.

Alcuni paesi furono ricostruiti con una faccia quasi identica a quella di prima, altri ebbero una faccia diversa che il corpo faceva fatica a riconoscere. I muri persero le loro rughe, i soffitti i loro affreschi, le scale le loro pietre.

Se un chirurgo plastico vi trasforma completamente la faccia, voi come vi sentite? Magari quando vi guardate allo specchio direte: no, quello non sono io, quella non è la mia faccia! È così che si sentirono molti dei nostri paesi, molti dei nostri quartieri: si guardarono allo specchio senza riconoscersi.

Poi la modernità travolse tutto e ogni piazza, ogni campo, ogni casa diventò altro da quello che era. Ebbe altre braccia, altre gambe, altri occhi. I contadini si stancarono di fare i contadini, non badarono più  all’agricoltura e intere comunità si sfilacciarono. È così che sono cambiati i nostri paesi e una buona parte di questa città: hanno il trucco pesante, i capelli tinti, il naso e le labbra rifatte. E hanno poca memoria, non hanno saputo conservarla, non hanno saputo mantenere la propria identità. Hanno rotto l’antico patto con la storia e con sé stessi.

E anche noi abbiamo rotto l’amicizia con i luoghi. Anche noi irpini abbiamo divorziato dai nostri paesi e i nostri paesi hanno divorziato da noi. Oggi il terremoto continua con altre scosse, con altre vibrazioni, con scosse invisibili e silenziose. Sono le scosse della mancanza del lavoro, sono le scosse della disoccupazione. Si scappa via da un altro sisma.

I giovani scappano via da questa terra, dal sisma delle scarse possibilità. Sono gli sfollati della contemporaneità. Non hanno il tetto di un lavoro. E quello che rimane è una profonda nostalgia. Ecco perché oggi vi dico: dovete amarla questa terra, dovete accudirla come un fratello. È un malato con troppe cicatrici, è un malato che ha tanto sofferto. Dovete trapiantare i fiori del passato nel presente. Innaffiateli con cura, non lasciateli appassire. È da quei fiori che l’Irpinia potrà uscire dal suo coma e finalmente, ricominciare a vivere.

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