L’ultima occasione per la politica

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Un governo normalmente si regge sul sostegno dei partiti ma nel caso dell’esecutivo Draghi la situazione è rovesciata, sono infatti le forze politiche a reggersi sulla personalità del Presidente del Consiglio. La maggioranza attuale non nasce da una alleanza politica ma costituisce una sorta di coesione nazionale per fronteggiare la crisi economica e sociale scaturite da quella sanitaria, il 21 febbraio del 2020 il Covid 19 fu segnalato per la prima volta in Italia, a Codogno in Lombardia. Il vero compito per Draghi sarà governare queste emergenze senza essere di parte, dando questa garanzia di imparzialità alle forze politiche che restano comunque in conflitto tra di loro. Difficile stabilire un limite temporale a questo governo anche se la scadenza del prossimo Presidente della Repubblica, agli inizi di febbraio del 2022, può costituire più di un indizio. Per i partiti inizia una fase inedita di questa legislatura, devono convivere e collaborare ma senza rinunciare alle proprie convinzioni per non perdere consenso presso il proprio elettorato di riferimento. La coalizione del governo Conte Cinque Stelle-PD-Leu si è strutturata in una sorta di inter-gruppo parlamentare per non perdere tutto quello che aveva costruito in un anno e mezzo di governo insieme e soprattutto in vista delle prossime elezioni amministrative. La Lega deve assicurare il sostegno a Draghi ma senza sguarnirsi troppo perché la concorrenza di Giorgia Meloni fuori dal governo può attrarre consensi a Fratelli d’Italia. Uno dei terreni più scivolosi del governo è quello che riguarda il delicato capitolo delle crisi aziendali da risolvere, una “bomba” sociale che deve essere disinnescata da due ministri, uno del PD al Lavoro, Andrea Orlando, e uno della Lega Giancarlo Giorgetti, allo Sviluppo Economico. Una convivenza fondamentale per la tenuta del governo. Insomma questa inedita squadra di governo deve realizzare o risolvere problemi senza pensare al proprio tornaconto elettorale ma muoversi solo nell’interesse generale anche a costo di deludere una parte dei suoi potenziali elettori. C’è insomma la possibilità di creare una prospettiva nuova, una prospettiva di sistema che potrebbe evolvere in senso europeista come ha messo in evidenza il professor Giovanni Orsina convinto che “la sinistra, non soltanto italiana, ha perduto da decenni le identità forti che ne hanno segnato la storia nel corso del Novecento. Alla disperata ricerca di un ancoraggio, si è allora appoggiata all’europeismo. L’europeismo è un’identità debole, però: per sconfiggere i nazionalismi ha decostruito le identità territoriali tradizionali, ma così facendo ha di fatto decostruito anche se stesso. A farla breve: l’europeismo ha bisogno di un nemico per poter prendere una forma un po’ solida e consistente, di un demone che gli dia una missione. Si capisce allora lo sconcerto del Partito democratico. E si capisce pure quello del Movimento 5 stelle, che dall’estate del 2019 ha, con grande fatica, tenuto insieme una fragilissima ragion d’essere proprio contro Salvini. Quel demone, quella ragion d’essere potrebbero essere scomparsi per sempre. E la svolta del leader leghista potrebbe allora favorire la trasformazione dell’intero sistema politico italiano”. Una trasformazione indispensabile perché il governo Draghi è davvero l’ultima occasione per una politica che deve ritrovare ragioni e speranze per non fallire di nuovo.  La vera sfida per i partiti, dunque, si gioca su una inversione di tendenza. Occorre ritornare alle culture politiche, al pensiero per evitare di avere in futuro alleanze nate dalla necessità o partiti che possono governare in modo indistinto con la destra o con la sinistra. E’ meglio lasciarsi per sempre alle spalle rapidità e disinvoltura e tornare alla politica che – come dice Marco Follini –ha sempre le sue regole e tende a vendicarsi di chi pretende di violarle troppo impunemente.

di Andrea Covotta