Palatucci, anello di una catena di solidarietà?

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Il “giusto”Giovanni  Palatucci (Montella 31/5/1909 , Dachau 10/2/1945)è celebrato come simbolo di riscatto del popolo italiano dall’infamia delle leggi razziali, ma è anche orgoglio dell’Irpinia e del suo paese natale , Montella. L’attenzione dei media, per il “Giusto” Palatucci, in questi anni è andata crescendo, nonostante i dubbi di alcuni storici, sull’effettivo numero degli ebrei da lui salvati e sulle reali motivazioni per le quali egli fu arrestato dai nazisti e deportato (spionaggio in favore degli inglesi).

Il mio approfondimento non ha la pretesa di svelare inedite testimonianze sull’opera in favore degli ebrei del commissario Giovanni Palatucci, bensì a far chiarezza sul contesto in cui essa si svolse, proponendo, non la figura “ dell’eroe solitario”, bensì quella, ugualmente positiva, dell’uomo capace di lavorare in squadra, sfruttando le circostanze contingenti,  e che mise  in discussione le proprie certezze e doveri  di funzionario del Regime Fascista che aveva promulgato le leggi razziali, e poi di una Repubblica Sociale asservita alla Germania Nazista.

Interrogarsi per conoscere…

La “narrazione” corrente che  descrive  un Palatucci che scopre il “problema ebraico” al suo arrivo nella questura di Fiume, in piene leggi razziali, è sicuramente errata per i seguenti motivi.

Il primo motivo è  che il montellese  Giovanni Palatucci aveva già conosciuto durante gli studi universitari le ricadute nefaste  dell’antisemitismo, quando nel 1928, proveniente dall’Università di Napoli, si trasferì a Torino,  ove conseguì la laurea in giurisprudenza nel 1932. Presso quest’antica Università, numerosi erano i docenti di origini ebraiche, come molti studenti, non solo italiani, che la frequentavano; tra essi tanti in fuga dagli Stati europei dove dilagava l’antisemitismo.

Dinanzi a dati inconfutabili, dobbiamo ammettere che l’Italia Fascista, che dal balcone di Piazza Venezia sputava veleno sulle democrazie plutocrato/massoniche, per quasi tutto il Ventennio, fu per gli ebrei dell’Europa Centro-Orientale, il porto sicuro da raggiungere, nella loro fuga da persecuzioni, progrom, violenze.

Gli ebrei d’Italia nel 1924- Levi Minzi, responsabile del Comitato di Assistenza per i profughi ebrei- Almanacco Italiano 1925 (Archivio storico Benedetto Petrone, fondo Marisa Cione, Bagnoli Irpino.):

L’attività migliore degli ebrei italiani negli ultimi mesi è stata quella del Comitato di Assistenza agli Emigranti Ebrei, in unione con numerosi professori universitari o con l’appoggio dei Senati Accademici delle diverse Università, per attrarre alle sedi di studio italiane i migliori studenli ebrei dell’estero e in special modo quelli dei paesi …dove infierisce l’antisemitismo scolastico: Polonia, Ungheria, Rumenia. Gli studenti ebrei stranieri che frequentarono nel decorso anno scolastico le Università e gli Istituti di Studi Superiori italiani furono oltre 400 e nel maggior numero vennero da essi frequentate le università di Padova, Firenze, Milano, Torino, Pavia:

 Un’attività di accoglienza nel territorio Piemontese e presso quell’Università di Torino che proseguì successivamente  come illustra Barbara Costamagna, nel suo Saggio scientifico per l’Università di Torino (2004): “I profughi ebrei jugoslavi in Piemonte 1941-42.”

“…Fra il 1931 e il 1938 la presenza di ebrei stranieri in Italia aumentò particolarmente, passando dal 12% al 21,5% sul totale degli ebrei residenti … e tra essi circa 400 giovani studenti…. Negli anni Trenta crebbe significativamente la presenza di ebrei provenienti dai paesi del centro ed est Europa, fino a raggiungere il 45% degli ebrei stranieri residenti… Nel 1938 gli ebrei emigrati in Italia dai domini nazisti erano stimabili su una cifra che oscillava tra i 4000 e i 4200 individui”.

E’ sconcertante apprendere come l’Italia fascista fosse capace di attrarre nelle sue Università i migliori studenti di mezzo Continente, per di più ebrei migranti, quando oggi nel 2022 non riesce a frenare la fuga dei nostri giovani cervelli all’Estero…

Il secondo motivo dell’avversione di Palatucci all’antisemitismo proveniva dall’essere  un servitore  in divisa dello Stato Italiano che , sino al 1938, aveva una presenza significativa di ebrei  nelle Forze Armate e di Polizia,e dalle quali ne furono espulsi  a causa  delle leggi razziali; un trauma psicologico subìto anche da molti colleghi”ariani in divisa” producendo in loro, ripudio ad esse.

 La presenza ebraica nelle Forze armate Italiane

Giovanni Cecini nel suo libro “I soldati ebrei di Mussolini”, cita:

”Per circa 60 generali e oltre seimila ufficiali e sottufficiali italiani di origini ebraiche fu un’amara sorpresa il famigerato Regio decreto legge n 1728 del 17 novembre 1938 con cui furono svenduti ed immolati sull’ara sacrificale,  che Mussolini edificò al dittatore nazista , al suo modello sociale e alle forze economiche che lo sorreggevano. Il successivo Regio Decreto Legge n 2111 del 22 dicembre 1938 diede le disposizioni della messa in congedo assoluto (di fatto una radiazione immediata) del personale militare delle forze armate di razza ebraica dall’1 gennaio 1939…In Africa orientale la presenza di volontari fascisti di origine ebraica che parteciparono alla guerra di aggressione all’Etiopia , (1935-36) fu tanto elevata che fu attivato tra le truppe il servizio di rabbinato militare…

Possiamo immaginare lo sconcerto del commissario Palatucci nell’apprendere, nel 1938,  come molti dei suoi colleghi in divisa o ex suoi compagni di studi universitari, avrebbero perso il lavoro, la divisa, la professione a causa di leggi spudoratamente ingiuste.

L’europa dei nazionalismi e dei progroms, e l’Ialia solidale del primo ‘900.

L’Europa nata dopo il primo conflitto modiale, fu quella delle “Patrie” , dei nazionalismi, dei regimi autoritari e delle pulizie etnico-religiose. Dall’ ultracattolica Polonia, impossessatasi di ampi territori dell’eximpero russo abitati da centinaia di migliaia di ebrei , all’Ungheria del dittatore Horty , che aveva represso nel sangue la repubblica socialista di Bela Kun, massacrando 5000 dei suoi sostenitori tra cui moltissimi ebrei, sino alla Romania di re Carol e di Antonescu, l’ondata di antisemitismo provocò persecuzioni e progrom. Conseguente fu un crescente flusso migratorio verso gli Stati che si affacciavano sul Mediterraneo , come Francia e Italia, per fuggire da un  vecchio Continente ammalato di antisemitismo.

Paradossalmente, dagli anni 20, l’Italia Fascista della marcia su Roma e di Mussolini, per le popolazioni ebraiche perseguitate del Centro-Europa, divenne la meta agognata da raggiungere a tutti i costi, prima tappa per un viaggio oltre Oceano o, per una minoranza sionista, verso le prime colonie ebraiche in Palestina.

La migrazione ebraica 1880-1930 e il ruolo delle associazioni filantropiche.

 

Dopo la IGM, e la crisi economica che coinvolse vinti e vincitori, gli Stati Uniti preoccupati dalle conseguenze per l’arrivo di nuovi disoccupati, emisero nel 1921, e poi nel 1924 due leggi restrittive che di fatto bloccarono il flusso migratorio ebraico verso gli USA.  Migliaia gli ebrei emigranti  rimasti bloccati furono assistiti dalla carità pubblica  dei paesi che li avevano accolti o dall’aiuto di associazione filantropiche ebraiche come la J.CA. (Jewish Colonisation Association)  impegnate a trovar loro destinazioni alternative : Canada,  America del Sud, Africa, Estremo Oriente, Palestina. Solo tra  il 1919  e il 1927,  ben mezzo milione di ebrei lasciarono l’Europa per queste destinazioni  e  tra essi molte migliaia s’imbarcarono dai porti di Trieste, Genova e Napoli. Un flusso che negli anni 30, con l’avvento del nazismo, incluse ebrei dalla Germania , Austria  e Cecoslovacchia.

Le Società di Navigazione italiane, e in particolare  quella dei fratelli Cosulich (Lloyd Triestino, poi Lloyd Adriatico), colsero al volo l’occasione, ingrandendo e modernizzando la loro linea di navi,  con rotte che  e tappe finalizzate allo sbarco dei migranti ebrei, spesso muniti solo di visto turistico o di passaporti  provvisori.

Il fascismo filo-ebraico triestino

Trieste, sin dall’inizio degli anni 20,  fu sede del Comitato per l’Assistenza degli emigranti ebrei in Italia (Comasebit). L’assistenza fornita riguardava consulenze sui paesi di destinazione e opportunità di lavoro, aiuti per ottenere visti e passaggi, prezzi scontati dei biglietti e soprattutto gestione dei contatti con le autorità locali.

Per chi immagina il regime  e il partito Fascista come un blocco granitico, rimarrà sorpreso nel sapere che” il proprietario del Lloyd Triestino, Guido Cosulich, che  finanziava la stampa del secondo giornale fascista d’Italia, ” Il Popolo di Trieste”, come le spese della redazione e copriva le  spese dei  fascisti dell’entourage di Francesco Giunti,(  Rese Robert Moehrle Fascismo, antislavismo e antisemitismo:rapporti dei consoli tedeschi a Trieste 1919-1945) , contemporaneamente  si prodigasse nei confronti dei profughi ebrei dell’Europa dell’Est,  mettendo gratuitamente a loro disposizione  locali di sua proprietà  e sulle sue navi  allestiva cucine , mense e cabine che  rispettassero le rigide osservanze ebraiche. ( relazione attività Comasebit Trieste, anni 1921-1927, Biblioteca Uni Trieste) Da metà anni 20 e sino al 1940 ,dai porti di Genova, Napoli , Trieste , facendo tappa al porto di Brindisi, dove il sottoscritto risiede,  si partiva per i porti del Medio-Oriente,  e attraversato il canale di Suez si raggiungeva Shanghai, e la sua comunità ebraica.

Nel suo recente libro “Gli ebrei a Shanghai “, Elisa Giunipero spiega come l’emigrazione ebraica, in particolare quella tedesca, austriaca e cecoslovacca continuò verso Shanghai, sino al 1941, anche su navi neutrali, fino a contare la cifra di 18.000 migranti/profughi presenti al momento della occupazione giapponese,  non calcolando quelli già trasferitisi in Australia. Anche a Shanghai la Storia volle giocare con il paradosso poiché  i giapponesi resistettero alle pressioni naziste e quella comunità ebraica si salvò dall’Olocausto.

La rete di solidarietà creata da militari e poliziotti italiani per salvare gli ebrei jugoslavi.

Quanti furono gli ebrei salvati sul confine Orientale e fu solo opera del Palatucci?

Per comprendere come alcune migliaia di ebrei riuscirono a porsi in salvo dalle SS naziste e dagli Ustascia croati , loro alleati , riuscendo a raggiungere l’Italia attraverso il confine Orientale,  ritengo che vadano analizzate le disposizioni, spesso contradditorie, emesse dal Fascismo  sulle questioni razziali e migratorie e a cui  i funzionari, come il nostro eroe, si attennero formalmente.

 Fiume 1937-1939

Dal 1937 e sino al 19 agosto 1939, nulla ostava il transito di emigranti ebrei nel territorio italiano, in particolar modo se provvisti di passaporto o visto per l’espatrio dai paesi di origine e ancor più se muniti di biglietto di imbarco dai porti italiani. In quegli anni  l’emigrazione ebraica verso l’Italia, passava quasi tutta dal Brennero , dirigendosi verso i porti di Trieste, Napoli e Genova. Ben pochi erano coloro che transitavano per Fiume ed in  ogni caso, l’attività dell’Ufficio stranieri di Fiume fu conforme  alle disposizioni ricevute dall’alto. Ad agevolare questo lavoro la presenza dei fiduciari  del Comasebit, ebrei del luogo, di poliziotti  locali e,  dal novembre ‘37,  di un Palatucci dall’esperienza multiculturale ,di studente, nell’Università di Torino.

Fiume 1939-  aprile 1941

Fatta la legge trovato l’inganno, ovvero il miracolo della banconota verde.

Con l’entrata in vigore delle leggi razziali,  la migrazione ebraica verso il nostro paese si sarebbe  dovuta arrestare e con essa la fiorente attività delle Compagnie di Navigazione Italiane e dell’intero indotto , compresi gli hotel, le pensioni,le case  prese in affitto e pagate quasi sempre in marchi tedeschi o in dollari. La banconota verde fu determinante  ad ammorbidire i gerarchi fascisti  e nel modificare le rigide disposizioni antisemite del’38 , facendo sì che,  soppresso il Comasebit in data 29 agosto 1939, esso fosse sostituito ad ottobre1939, da un nuovo Comitato , dai connotati internazionali e garantito in gran parte dai dollari americani delle associazioni filantropiche ebraiche e sioniste.

Nasceva la Delegazione Assistenza Emigrati Ebrei (Delasem), con l’appoggio economico e organizzativo di organizzazioni ebraiche internazionali, come Y American Joint Distribution Commitee e la HIAS (Hebrew Sheltering and ImmigrantAid Society). Grazie ai maggiori finanziamenti triangolati con la collaborazione della Svizzera,  la Delasem si occupò anche della distribuzione di buoni pasto, della ricerca di alloggi, di sussidi per gli affitti, di offerta di cure mediche, attività che continuò sino al 1943, quando con l’occupazione nazista dovette entrare in clandestinità, ma il flusso di aiuti in denaro non si arrestò , grazie all’intermediazione dei prelati cattolici, che sostituirono i delegati ebrei catturati, deportati o costretti alla fuga in Svizzera.

Possiamo ritenere che  anche a Fiume, sino all’8 settembre 1943,  valesse il  tacito accordo tra governo italiano  e l’ebraica Delasem,  sul chiudere un occhio sull’arrivo di migranti ebrei, purchè autosufficienti , intenzionati ad allontanarsi al più presto dal nostro paese, e la cui assistenza  ricadesse sulla Delasem e non sull’Italia.  Purtroppo l’uragano bellico  nell’aprile del 1941 giunse ai nostri confini orientali con l’invasione del regno Jugoslavo da parte della Germania, Italia ed Ungheria e le cose si complicarono.

 Fiume 1941-43

In Croazia , dalla primavera del 1941, le violenze perpetrate dalle milizie Ustascia del cattolicissimo  Ante Pavelic,nei confronti di serbi e di ebrei,  si tramutarono in una vera e propria pulizia etnica a cui i soldati italiani occupanti furono spesso testimoni.

Ebrei croati protetti dai soldati dell’Italia fascista delle leggi razziali.

Agli ebrei di Karlovac fu imposto dai croati di accogliere nelle proprie case, e servire da domestici, gli ufficiali italiani, compreso il generale Ambrosio, replicando l’esempio di Mostar e Zagabria dove gli Ustascia avevano schiavizzato immediatamente le famiglie ebree. Paradossalmente a Karlovac questa misura apparentemente umiliante per gli ebrei, fu presa da essi come una benedizione, instaurando un rapporto di fiducia con gli alti ufficiali italiani, generale Ambrosio compreso, che li ritenne sotto la protezione dello Stato e dell’Esercito Italiano, poiché molti di essi parlavano la nostra lingua, avendo origini veneziane. In molte località e in particolare quelle balneari occupate dagli italiani si intrecciarono, tra i soldati italiani e le donne ebree, storie di amicizia e di amore. Il professore israeliano, ex profugo croato, Menachem Shelah, salvato dai militari italiani, nel suo libro –Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra esercito Italiano ed ebrei in Dalmazia1941-43 Edizioni Stato Maggiore Difesa 2009 -scrive: ”-… In questo suo messaggio, diretto al Comando Superiore FF.AA.Slovenia-Dalmazia- (2a Armata). Ufficio Affari Civili, e redatto il 15 maggio 1942, il generale Coturri comunica:-Mi risulta di una certa promiscuità di ufficiali e sottufficiali italiani con elementi appartenenti alla razza ebraica, e anche certa comunanza con donne ebraiche, in luoghi pubblici, e ai bagni di sole e di mare. Questo contegno si scosta dalle direttive razziali, e va modificato-…. Fortunatamente ben pochi ufficiali accettarono di adeguarsi a questa direttiva, compreso lo stesso generale Roatta,  inflessibile nella lotta contro i partigiani slavi di Tito.”.

Gli Ustascia croati di religione cattolica, forti dell’appoggio nazista, aumentarono le violenze contro ebrei e altre etnie, che da Zagabria e altre località croate cercarono scampo presso i paesi occupati dai militari italiani. Le rimostranze ustascia su Mussolini si tradussero nel ritiro, da Karlovac e altri luoghi, delle truppe del generale Ambrosio.

La risposta alla pulizia etnica scatenata dai croati fu la nascita del forte movimento partigiano comandato da Tito. Nel dicembre 1941, Ante Pavelic, leader degli ustascia dichiarava a Ciano di aver risolto la situazione degli ebrei nella stato indipendente Croato, poichè da 35.000 si erano ridotti a 12.000 facendoli “emigrare”…nei lager nazisti.

E’ con il termine “emigrato” che i croati comunicano all’ufficio stranieri di Fiume, e al suo responsabile il commissario Palatucci, la posizione del signor Weiss, marito della signora Mika Eisler (al secolo Maria), non a caso della comunità ebraica di Karlovac.  Com’è noto la signora Mika  Maria Eisler godendo della protezione e, forse, dell’affetto del Palatucci riuscì grazie a lui a espatriare in Svizzera.

Il salvataggio coniugi Conforty

A quel periodo risale il salvataggio dei coniugi ebrei Conforty, di Zagabria, grazie all’interessamento del colonnello Antonio Bertone che ottiene, poi a Fiume, da Palatucci il permesso di soggiorno per entrambi.

La testimonianza della signora Conforty, in prefazione del libro di Menachen Shelah, evidenzia come a Fiume nel 1941 fosse in piedi una rete di assistenza che, da un lato procurava documenti falsi per gli ebrei in fuga, e dall’altro si avvaleva della benevola complicità del Commissario Palatucci.

“-…Nino (il colonnello Antonio Bertone), organizza il trasferimento clandestino dei miei genitori in treno per I’ Italia. Egli personalmente li sistema in uno scompartimento di II classe, fa abbassare le tendine e mette due soldati dell’Esercito italiano (uomini di sua fiducia) nel corridoio davanti alla porta dello scompartimento per impedire il controllo della famigerata polizia Ustascia. Giunti alla stazione di Fiume (allora Italia), il colonnello Bertone si attiva subito per procurare documenti italiani per i miei, che altrimenti sarebbero stati immediatamente rimpatriati dalla polizia italiana della stazione. E verso sera li accompagna in questura e li presenta al commissario Giovanni Palatucci. Evidentemente il colonnello conosceva bene questo personaggio, allora capo dell’ufficio stranieri, …Mamma e papà passano la notte ospitati nella soffitta della questura e l’indomani mattina ottengono il permesso di soggiorno. Nove mesi dopo, nell’agosto 1942, si trasferirono in Piemonte.

 

La Torino degli studi universitari di Palatucci e dell’accoglienza verso gli ebrei.

Quest’ultima parte della testimonianza contiene l’indizio per svelare il dilemma che ha diviso gli storici sull’opera di Palatucci: ovvero il numero degli ebrei da lui aiutati a entrare in Italia e dove essi effettivamente si rifugiarono.

Purtroppo il testardo campanilistico convincimento che tutti gli ebrei fuggiti attraverso il confine orientale tra il 1941 e il 1943 fossero opera del solo Palatucci e che ad ospitarli  “ in todo” fosse stato suo zio Vescovo a Campagna non ha aiutato le ricerche, creando solo confusione e disorientamento.

L’illuminante risposta giunge dai superstiti archivi dell’Associazione di Assistenza ebraica in Italia, di quel periodo, la Delasem. Il trasferimento e il salvataggio di alcune migliaia di ebrei, attraverso il nostro confine orientale, Fiume compresa, fu grazie ad una rete di solidarietà diffusa.

Grazie al lavoro di ricerca di Barbara Costamagna per l’università di Torino, (la stessa dove si laureò in legge il giovane Palatucci), scopriamo che fu proprio il Piemonte la meta degli ebrei in fuga dalla Jugoslavia, mentre solo un numero limitato fu inviato nell’unico grande campo di internamento, quello di Ferramonti Tarsia, in Calabria, che ospitava 2000 internati.

“-… A Torino la Delasem si prese cura dei profughi presenti in Piemonte e in altre zone d’Italia. La sua gestione fu affidata al professore Giulio Bemporad, professore di matematica e direttore dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese….

…Morpurgo, consigliere del Comitato Italiano di Assistenza agli Emigranti Ebrei di Trieste, recatosi nella exJugoslavia, prese tutti i contatti necessari con i profughi e con le autorità civili e militari locali, al fine di creare una rete utile alla distribuzione di soccorso in loco e permettere agli ebrei che lo desiderassero di essere internati in Italia, lontano dalle brutture tedesche. Già nell’estate del 1941 furono organizzati i primi trasporti di profughi verso l’Italia. Gli arrivi continuarono fino al 1943, e furono diretti verso i campi e i comuni di internamento ….l’accoglienza in Piemonte è stata fatta in maniera capillare su tutto il teritorio, collocando famiglie o singoli in pensioni, alberghi, località exturistiche e case di privati in affitto dal 1941 a oggi (inizi 1943) sono giunti nelle zone di nostra competenza 3250 profughi ebrei provenienti dai territori della exJugoslavia …. compresi 500 profughi trasferiti in Croazia da Spalato per ordine del Governo della Dalmazia di Zara. Il numero complessivo dei profughi ebrei censiti e assistiti dalla Delasem in Italia è 9800.

 

Questa relazione ritrovata nell’Archivio Delasem, fa definitivamente chiarezza sull’ammontare di profughi ebrei che, varcando il nostro confine orientale, comprensivo di Fiume, si rifugiarono in Italia negli anni eroici di Palatucci, per un totale che si avvicina ai 4500 profughi provenienti dalla exJugoslavia (compresi tedeschi, cechi, ungheresi che lì avevano trovato rifugio prima dell’invasione nazifascista del 1941), poiché ai 3250 della relazione della Delasem vanno aggiunti un migliaio in gran parte provenienti dal campo di autointernamento dell’Isola di Arbe.

Il paradosso del lager italiano nell’isola di Arbe.

Nel libro di Menachem Shelah, si descrive la paradossale vicenda degli unici 5000 ebrei croati, slavi e ungheresi che sopravvissero in Croazia, poiché rifugiatisi presso il famigerato campo di detenzione di Arbe, controllato dagli italiani (tra essi i 500 trasferiti da Spalato e citati nello studio della torinese Costamagna sulla Delasem). Nell’isola di Arbe essi ebbero un trattamento più umano rispetto a quello inflitto alle famiglie slave lì imprigionate, perché ritenute fiancheggiatrici dei partigiani. Questo gruppo di ebrei, con l’avvicinarsi della caduta del fascismo e dell’arrivo dei nazisti, fu sollecitato dai militari italiani a trasferirsi autonomamente, verso Trieste e Fiume, dove operava il montellese Giovanni Palatucci.  Circa mille di essi lo fecero prima dell’8 settembre ’43, data in cui, prima che il campo fosse occupato dalle SS, 3000 ebrei furono salvati dai partigiani comunisti di Tito che li trasferirono sulla costa, mentre qualche centinaio preferì imbarcarsi su pescherecci diretti nell’Italia del Sud. Solo 300 anziani e malati impossibilitati a muoversi, rimasti ad Arbe furono catturati dai nazisti e sterminati nei lager.

Antonio Camuso