Un’alleanza sempre più difficile

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All’ombra del governo Draghi non cambiano i protagonisti della politica, ma mutano decisamente ruoli e prospettive. E così succede che Giuseppe Conte, già “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”, ora diventi rivale del Pd alla conquista del centro. Mentre il Pd, un tempo guidato da Zingaretti, formato ad una scuola decisamente di sinistra, ora che con Enrico Letta al Nazareno guarda verso i moderati, si trovi nel vortice di una imprevista polemica in seguito alle dichiarazioni del numero due Peppe Provenzano contro gli “ultras liberisti” reclutati dal presidente del Consiglio nello staff economico di palazzo Chigi.

Difficile fare un po’ d’ordine in un guazzabuglio di tensioni alimentate anche dalla difficoltà di trovare una quadra nel rebus delle alleanze locali in vista delle elezioni amministrative nelle grandi città. Era stato Goffredo Bettini, patrono del Pd romano e “suggeritore” del segretario Zingaretti, a inventare la formula del Conte progressista; è lo stesso Bettini oggi, dalle colonne del “Corriere” a proporre una “civile competizione” per l’annessione di “quella parte di cittadini semplici, popolari, democratici e moderati, che cerca un’idea collettiva di futuro”. Bisognerebbe in proposito sentire gli elettori, e ben presto a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli ci sarà l’occasione; ma intanto le premesse per una “civile competizione” stentano a manifestarsi. A Roma, sia Gualtieri, già ministro dell’economia e oggi front runner del Pd per il Campidoglio, che Zingaretti, presidente della Regione, non hanno risparmiato strali a Virginia Raggi, sindaca uscente, che è pur sempre la candidata dei Cinque Stelle, quindi di Conte e Di Maio; a Torino, un’altra sindaca pentastellata, Chiara Appendino, ha attaccato pesantemente i piddini che alle primarie (per la verità non molto frequentate) hanno scelto il capo della durissima opposizione alla sua giunta; a Napoli, unico capoluogo in cui i due partiti di governo presentano un candidato comune, Conte è sceso in forze in città per annettersi il suo ex ministro, oscurandone la matrice di sinistra. Non parliamo poi dell’atteggiamento verso l’esecutivo Draghi, che i piddini considerano quasi una propria emanazione, e Conte tratta da “governo amico”, non risparmiandogli sgambetti o colpi bassi. I giornali si sono divertiti a contare le punture di spillo di Conte a Draghi, che del resto in tre mesi si è liberato praticamente di tutte le persone dei fiducia che suo predecessore aveva lasciato a palazzo Chigi e dintorni: ufficio di gabinetto, staff diplomatico, servizi segreti, protezione civile, commissariato straordinario per il Covid. In una intervista, Conte aveva denunciato “perplessità”, “disorientamento” e “disagio” per alcune iniziative del governo; poi si è arrivati al limite della rottura quando ha fatto sapere che avrebbe accompagnato Beppe Grillo all’ambasciata cinese a Roma proprio nel giorno in cui Draghi apriva insieme a Biden i lavori del G7 in Cornovaglia indicando in Pechino una minaccia per l’Occidente. Una scusa inventata all’ultimo momento ha scongiurato quello che sarebbe stato un vero e proprio passo falso politico-diplomatico, ma l’imbarazzo a Roma era evidente e l’irritazione del presidente del Consiglio scontata.

Ce n’è quanto basta per prevedere una campagna elettorale al calor bianco fra i due alleati di maggioranza, e non solo perché si svolgerà in buona parte sotto il solleone estivo. Il fatto è che Pd e Cinque Stelle hanno un problema comune: trovare un’identità culturale, politica e programmatica con la quale presentarsi agli elettori, oggi nei Comuni, domani nella competizione per il Parlamento. Non sarà facile, e il governo rischia di farne le spese.

dii Guido Bossa