A proposito di scuola e del potere dell’empatia

0
671

Gentile Umberto Galimberti

sono un Dirigente scolastico dell’Alta Irpinia, in provincia di Avellino, di quelle terre diventate tristemente famose 40 anni fa, ormai, a seguito del sisma del 23 novembre 1980. Ho condiviso volentieri sul mio profilo FB, ormai, privo della mia scuola, unico strumento per “socializzare”, il Suo video RELAZIONE TRA MAESTRO E STUDENTI: IL POTERE DELL’EMPATIA. Per quanto mi riguarda, nella mia carriera di 40 anni ho cercato di inverarlo sempre: in qualità di docente di scienze alle superiori; poi come vicepreside esonerato dall’insegnamento e poi come DS. Ho avuto grandi soddisfazioni e stare con gli alunni mi ha tenuto giovane: sintetizzando, da biologo dicevo ai miei docenti che bisogna rubare agli occhi dei ragazzi tutta l’energia dei loro giovani mitocondri! Tuttavia, ho sentito nelle Sue parole un certo radicalismo che può diventare moralismo: davvero possiamo dire ad 800 mila insegnanti: se non hai empatia lascia perdere? Dirlo è giusto, le conseguenze però non sono auspicabili: resterebbero un 200 mila? Magari! Ed allora bisogna ragionare in quella prospettiva ma non cadere nell’astrattismo: da un poco vado sostenendo che per diventare insegnanti bisogna deciderlo prima, laureandosi non in matematica o biologia o ingegneria, ma in docenza della matematica, della biologia e della topografia! Non sarà avere garantito l’empatia, ma avremo almeno evitato una scelta di ripiego: realisticamente, dei 600 mila poco entusiasti attualmente, un quarto è costituito da professionisti col doppio lavoro; un quarto di persone che non saprebbero cosa fare e la metà da insegnanti che svolgono onestamente il loro “dovere”, senza infamia e senza lode, e che contano come i militari gli anni dalla pensione. La mia idea operativa è la seguente: chi vuole insegnare frequenti per tre anni la facoltà che desidera ( la laurea breve), imparando tutti i fondamenti disciplinari, poi però deve fare due anni di laurea magistrale per diventare insegnante di quella disciplina: due anni per studiare didattica, pedagogia, storia della scuola italiana, storia della disciplina, psicologia dell’età evolutiva, neurobiologia, metodologie, nuove tecnologie applicate alla didattica, laboratorio, ecc. A questo punto il laureato magistrale è abilitato nell’insegnamento e pronto per lavorare a scuola (eliminando le fatidiche fasce di precari e gli interminabili ricorsi!!). Al posto di ruolo si accede con concorso, e l’anno di prova deve essere davvero una prova di capacità!! Se in seguito uno decidesse di non insegnare, per fine vocazione o altro, può far valere la laurea triennale, come un super tecnico della disciplina, oppure tornare all’università e prendersi la laurea magistrale nell’indirizzo che gli aggrada: tenuto conto che a scuola oggi si è di ruolo a 30 anni minimo, gli anni da spendere in questa prospettiva potrebbero essere anche meno. Del resto, io entrai a scuola appena 25enne, ma erano altri tempi. Caro Galimberti, credo che Lei possa convenire con me che l’empatia va bene, ma che un piccolo aiuto da parte di uno Stato più consapevole della posta in gioco è meglio. Affettuosi saluti e grazie per la sua passione ancora integra, nonostante tutto

Gerardo Vespucci