Astensionismo il vero vincitore

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Il vero vincitore delle ultime amministrative è stato l’astensionismo. Mai aveva raggiunto risultati così alti ed inquietanti: il 56,6%. Ha votato meno della metà degli aventi diritto. Al ballottaggio ancora meno. I sindaci eletti al secondo turno sono stati votati d una assoluta minoranza: meno del40% degli aventi diritto. L’astensionismo ha raggiunto carattere strutturale e si è stabilizzato. La distanza tra la società civile e la classe politica del Paese e soprattutto verso i partiti, ha assunto forme vistose e preoccupanti che dovrebbe indurli ad una spietata riflessione e ad un radicale autocritica. Senza una profonda rigenerazione la democrazia rischia gravi distorsioni.

C’è ormai un malessere sociale e una disaffezione per la politica che è palpabile e la cui diffusione aumenta con gli anni.  Si fa strada la convinzione dell’inutilità del voto che non cambia nulla perché a comandare sono i ceti forti che detengono i poteri della bosa e la comunicazione. In più la percezione di metà degli elettori che tutti i partiti siano uguali, altro che destra e sinistra di una volta. Con la caduta delle ideologie sono state messe in soffitta anche le idee e la competizione politica si è riversata esclusivamente nella lotta per i potere. Molti ritengono che le elezioni siano l’oppio dei popoli e uno strumento della classe dominante per tenere buoni i cittadini con l’illusione della partecipazione, che di fatto non c’è perché i candidati sono indicati dai partiti e non scelti dagli elettori. Non a caso sono le periferie dove il pessimismo si manifesta in maniera più evidente.

Durante la prima Repubblica la partecipazione al voto era alta: in genere superava il 90%. La crisi è cominciata con le elezioni del 1979 e da allora la percentuale dei votanti è scesa fino a toccare il massimo nelle ultime elezioni amministrative, dopo il boom della stagione dei sindaci. Oggi l’astensionismo si è allineato a quello di alcuni Paesi europei e degli USA, talvolta superandoli. In Usa per le Presidenziali votano circa il 70%; Nel Regno Unito siamo al 70” come in Germania; in Francia a meno del 60%. In Usa l’astensionismo al 60% è considerato normale, eppure non c’è disaffezione alla politica. Una corrente di pensiero ritiene addirittura che l’astensionismo non nuoccia alla democrazia, ed è legato alla mobilità del voto. La maggioranza, però, degli opinionisti ed esperti teme le conseguenze per il suo normale proseguimento. E’ un effetto del malessere che pervade larga parte della popolazione, delle periferie e di coloro che hanno perduto completamente la fiducia dei partiti ritenendoli tuti uguali.

Quali le cause?  Rallentamento o perdita della legittimità tra cittadini ed Istituzioni, crescente de- identificazione partitica (non si riconoscono più nei partiti), sfiducia verso le Istituzioni. L’astensionismo finisce per rappresentare un sintomo della crisi della politica. L’offerta politica non soddisfa più i cittadini soprattutto quelli delle periferie, i disoccupati, i giovani che sono costretti a trovare all’estero un lavoro. Si ritengono marginali e non in grado di condizionare nessuno. Dopo il voto di protesta (5 Stelle, Lega, Fratelli d’Italia) si rifugiano nel non voto. E’ un vulnus psicologico aggravato dalle ultime pessime leggi elettorali che non permettono loro di scegliersi i candidati. Una sfiducia collettiva verso un’intera classe politica, un’apatia che ha preso piede sulla protesta, Nei periodo dei governi Berlusconi si votava di più solo per il desiderio di scalzarlo dal potere, con Draghi e la sua ammucchiata si è tornati al non voto.

Quali i rimedi?  Essi risiedono soprattutto nei partiti che devono trovare il coraggio di una radicale rigenerazione e tornale ad essere non gestione di potere ma veicoli di idee e di progetti come li aveva disegnati la Costituzione. Se non lo faranno i rischi per la democrazia cresceranno e il desiderio di Berlusconi che aspira al Colle non sarà una barzelletta – come dovrebbe essere in un paese civile – ma un avvenimento possibile.

di Nino Lanzetta