Cattolici e politica nel Paese 

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Il dibattito sulla presenza e il ruolo dei cattolici in politica continua ad occupare uno spazio centrale all’interno del più complesso dibattito sull’attuale situazione politica del paese. Il responso elettorale delle ultime elezioni politiche ha evidenziato almeno due aspetti significativi collegati al problema: anzitutto l’ampliamento dei percorsi di “libera uscita” dell’elettorato cattolico; il consequenziale ed immediato effetto di questa “pasquetta” in ordine alla scarsa presenza di “cattolici autentici e non di facciata” nelle aule parlamentari. Non poteva essere diversamente.

Perché il dramma del nostro tempo è che “siamo senza bussola” come villaggio globale e locale, non solo per dirci concordi con il Maestro Generale dei Domenicani, Timothy Ratcliff e con Greespan (il sacerdote della Banca Centrale degli Stati Uniti nei tempi certamente migliori di quelli attuali sovrastati da Trump) ma perché i timonieri del vascello italiano preferiscono ancora innescare l’automatismo della rotta demagogica e populistica, dimenticando di avere un’anima civile e un dovere di servizio da onorare. Quella del timoniere che si nasconde sotto gli orpelli di una sedicente prudenza è una categoria numerosa che comprende laici e presbiteri – anche Vescovi – per i quali Dante avrebbe ideato una bolgia specifica nella sua architettura infernale.

Il responso elettorale non poteva essere diverso per i cattolici senza bussola: quando si naviga a vista, come naufraghi stremati dalla fatica del vivere quotidiano o come appartenenti al dissolto ceto medio che rasenta la soglia della povertà, senza un faro come riferimento certo per un approdo sicuro, ogni direzione è buona per ascoltare le sirene delle facili promesse. In mancanza di voci credibili, in presenza di deleteri silenzi, la “diserzione” diventa una scelta obbligata, diventa spiegabile e non da oggi, ma almeno da un ventennio.

La declinazione responsabile del concetto costituzionale del bene comune è del tutto scomparsa dal lessico di quello che doveva essere un pilastro fondamentale del Pd, cioè quello del pregnante filone del cattolicesimo sociale. Non è bastato, ne può bastare tuttora, il pressante straordinario messaggio di un Papa “ rivoluzionario” come Francesco.

Non è bastato perché la sordità dei sedicenti politici e la distrazione dell’apparato ecclesiastico della periferia hanno preferito non incamminarsi sui sentieri sdrucciolevoli della dottrina sociale della Chiesa .

Per i cristiani laici e per i “funzionari” ecclesiastici non basterà ancora, per i tempi attuali e futuri, ritenere che “il ritorno alla fede” è più urgente della realizzazione della giustizia sociale. Non basterà, perché verrà ancora data priorità all’impegno di evangelizzazione – per carità sacrosanta – rispetto alla conversione umana, civile e sociale delle coscienze. Non basterà l’attuale deriva intimistica che continua a ritenere più grave astenersi dalla partecipazione alla Messa – altresì sacrosanta – rispetto alla diserzione delle urne o al voto in libera uscita. Se questa linea di lettura, in prospettiva, dovesse risultare valida, una domanda immediata aspetta una risposta credibile: che fine hanno fatto gli ultimi cinquant’anni della dottrina sociale della Chiesa, lo straordinario magistero del Vaticano II ed il grandissimo spessore sociale di encicliche di altissimo valore?

Con molta umiltà, ma con fermezza di opinione, ritengo che va raccolto l’antico e sempre attuale ammonimento di Diogneto alle prime comunità cristiane: non è consentito ai veri ed autentici cristiani del XXI secolo, abbandonare le sorti della città dell’uomo in nome di una più comoda ed asettica costruzione della “Città di Dio”.

Sono altresì terribilmente convinto che la costruzione delle due città non è stata e non è un percorso antitetico, faticoso si, antitetico no.

di  Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud