Costruire un nuovo Sud

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La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana, diceva Keats.

Il riferimento non è al dibattito che scatuirà dal risultato sul referendum costituzionale e sulle elezioni regionali, dove tutti si autodichiareranno “non sconfitti”, o quasi.

Oggi, l’unica vera sconfitta, che in un Paese manifestamente disunito come l’Italia nessuno potrebbe azzardarsi a mettere in discussione, è quella consegnata preventivamente ad un Mezzogiorno “perdente”.

E’ quel fenomeno che va sotto il nome di “regional divide”, e che si traduce in quell’insanabile spaccatura tra Nord e Sud dello stesso Paese.

Il divario regionale tra Nord e Sud, in termini di squilibri territoriali, ha raggiunto livelli intollerabili a causa della crisi pandemica e c’è da annotare, per l’ennesima volta, come il tema si sia  definitivamente eclissato da un dibattito politico sterile e avulso dalla realtà.

Insomma, è come certificare che il Sud Italia è morto.

Si fa finta di non vedere, per strabismo o per inerzia, che una parte dell’Italia arranca faticosamente, mentre l’altra sprofonda inesorabilmente.

Di chi la responsabilità della generale sconfitta del Mezzogiorno?

La sfilza impietosa dei dati che, anno dopo anno, statistiche e report vari continuano a snocciolare ormai non sembra più appassionare nemmeno gli addetti ai lavori, mentre uno sguardo frustrato da una condizione paralizzante scorre tra percentuali, numeri, tabelle, il rosario delle lamentazioni di un Mezzogiorno in caduta libera.

E’ stato calcolato che nel prossimo cinquantennio il Sud potrebbe “perdere” un quinto della sua popolazione, qualcosa come oltre quattro milioni di persone sono pronti a lasciare il Sud per emigrare verso il Nord, l’Estero.

Se non è questa un’emergenza altrettanto urgente…

Non si scappa da questa realtà bruciante che mette al muro un’intera classe dirigente, lo stesso ceto politico, e inchioda alle proprie responsabilità il governo di un Paese che stenta a trovare una rotta per il futuro.

Quel futuro che a Sud è ormai quasi impossibile intravedere.

Il popolo meridionale è in fuga, come ha dimostrato l’alta marea dell’astensionismo registratasi in questra strana e inedita tornata elettorale, che si vorrebbe ridimensionare o in qualche modo far risalire all’emergenza pandemica.

Il popolo meridionale è in fuga, da tutto. Non crede più che possa realizzarsi un reale cambiamento.

“Fuga” è la parola chiave per decifrare questi tempi di crisi pandemica.

Si fugge da una politica malata, inquinata nelle sue radici più profonde, che ancora una volta da prova di essere votata soltanto alla conservazione del potere, si fugge da un Mezzogiorno tristemente abbandonato a se stresso.

Si fugge per disillusione, si fugge per disperazione. E si continuerà a fuggire.
La fuga come liberazione da uno “stato” di minorità che va imputato a chi si è reso complice di un tradimento operato ai danni di una terra avvelenata dal malaffare, dall’inganno, che oggi sta assistendo alla lenta decomposizione di una classe dirigente che si è condannata all’oblio

Eppure il Mezzogiorno d’Italia, da solo, con i suoi venti milioni di abitanti e il suo prodotto interno lordo, potrebbe essere l’ottava potenza dell’Unione Europea. Invece è consegnato alla storia come l’unico perdente.

Dopo che il “Mezzogiorno è stato abolito”, occorre ricostruire l’idea di un Sud nuovo, diverso, possibilmente con chi almeno è pronto a riconoscerne finalmente la maternità e la paternità delle sue sconfitte.

di Emilio De Lorenzo