Il Nord tra autonomismo e secessione

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Zaia e Fontana, forti di appositi referendum regionali, chiedono la massima autonomia per le loro regioni e minacciano sfracelli se non la ottengono. Salvini non può ignorarli.
I penta stellati tentano di resistere e annunciano un’indagine conoscitiva per approfondire i temi del federalismo fiscale, della spesa “storica”, dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e dei fabbisogni standard uguali per tutti, come recita il 3° comma dell’art. 117 della Costituzione. I due governatori, ai quali si è aggiunto quello PD dell’Emilia Romagna, rivendicano carta bianca su Sanità, Istruzione, Ambiente, beni culturali e più di altre cento competenze amministrative e legislative, senza interventi dello Stato e disattendendo le norme costituzionali (commi 4 e 10 dell0 stesso art. 117). Non dimentichiamo che la Lega è nata come “Lega nord per l’indipendenza della Padania”, federando sei movimenti autonomistici del nord e, anche se con Salvini ha cambiato logo sposando il sovranismo nazionale, non ha rinnegato le origini e gli obbiettivi rivendicati da Zaia e Fontana che interpretano l’anima del movimento. Secondo Salvatore Settis il federalismo invocato dai due governatori si configurerebbe come un “federalismo dissociativo” come quello iugoslavo che portò alla secessione. O ci si muove nell’ambito dei principi della Costituzione con l’art.9: ”La Repubblica promuove la cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”; con l’art. 2° che sancisce “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e l’’ art.3°: “Pari dignità sociale dei cittadini nel pieno sviluppo della persona umana”, o si viola la Costituzione e, nei fatti, si mette a rischio l’unità del Paese. E’ inutile minimizzare e usare argomenti populistici e stereotipi: la Lombardia e il Veneto, a cui presto si aggiungeranno Piemonte, Friuli e Liguria, aspirano al federalismo fiscale che permetterebbe di trattenere il 90% delle imposte sui redditi prodotti nelle regioni. Vogliono maggiori risorse e non abbandonare il criterio della “spesa storica” sui finanziamenti corrisposti nel passato, maggiorati dalle spese delle nuove competenze. Al Sud dove vive il 34% della popolazione oggi va solo il 28% delle risorse (oltre 60 miliardi all’anno in meno rispetto al Nord). Non vogliono sovraintendenze nazionali dello Stato sia nel patrimonio artistico e culturale che dell’ambiente. Vogliono scegliersi i professori nelle scuole con concorsi e “regole” regionali, fare, cioè, tutto da soli. Secondo la Corte dei Conti non è possibile parlare di autonomia regionale differenziata se non si definisce prima il meccanismo di perequazione previsto dalla legge (n.42 del 2009) sul federalismo fiscale e si fissano i modelli essenziali di prestazioni e fabbisogni standard per tutti. Le Regioni possono chiedere il trasferimento di ulteriori competenze dallo Stato, ma non possono escluderlo in base ai principi costituzionali ed anche alla luce della sentenza n.274 del 2003 della Corte Costituzionale. Il movimento 5 stelle, o quel che resta, non può approvare un così scempio della Costituzione senza il rischio concreto di perdere ulteriori consensi al Sud, suo bacino di riferimento. I tanti onorevoli eletti al sud, in tutti i partiti, non possono consentirlo. Qualsiasi soluzione pasticciata sarebbe un ulteriore cedimento a Salvini e verrebbe percepito con la volontà di non rompere per non andare al voto. Il PD non è esente da ambiguità e non esprime una linea chiara. Il centro sinistra, con la Margherita di Rutelli, ha molta responsabilità per la sciagurata riforma costituzionale del 2001 che riscriveva il Titolo 5 e di cui oggi paghiamo le conseguenze. Noi del sud ci abbiamo messo del nostro in fatto di inefficienza, corruzione, malaffare, clientelismo ed assistenzialismo. Bisognerebbe poter ripensare al ruolo delle Regioni e al loro ridimensionamento essendosi dimostrate tutte –comprese quelle del Nord – fonte di sperpero di denaro pubblico e di corruzione. Chi è disposto a farlo?

di Nino Lanzetta