La politica dell’impossibile

0
332

 

Nel racconto autobiografico Dov’è Beethoven? (2002), ambientato negli anni Trenta, Carlo Montella, autore anche del più noto romanzo I parenti del Sud, accolto da Elio Vittorini nella collana “I gettoni” nel ’53, rievoca l’infanzia trascorsa tra Napoli e Avellino. La moglie dell’ingegnere Emme, personaggio in cui si riconosce il padre dello scrittore, quando in casa mancava l’energia elettrica per un temporale, brontolando, ripeteva: “Cose che succedevano ad Avellino…”, quasi a voler sottolineare la precarietà della vita quotidiana in città. In questi ultimi anni, e in più occasioni purtroppo, tanti sono costretti a dover monotonamente ripetere: “Cose che succedono ad Avellino…”. Il degrado dei quartieri ‘popolari’, il disordine urbanistico, il mancato restauro del centro antico, l’assenza di una fondata politica di tutela storica e ambientale di quanto continua a creare i presupposti di una condivisa identità, l’assenza di progetti rivolti all’accoglienza e alla integrazione, l’inarrestabile emigrazione delle nuove generazioni appaiono fuori dagli obiettivi di una politica immobile, cialtrona, incapace di progettare futuro e di governare le incipienti spinte della trasformazione. La crisi dell’amministrazione comunale resta la metafora e l’insieme simbolico dello sfascio, dell’in – contenibile impreparazione di un ceto politico decomposto, agonizzante eppure tenacemente convinto di poter ancora conservare il reggimento della cosa pubblica. L’affaire “Carlo Gesualdo” ossia la inquietante conduzione del contenzioso apertosi sul teatro comunale, in questo caso, è emblematica per indagare su una sorta di microfisica del potere in cui l’as – senza di chiarezza diventa una forma paradossale di governo della negatività e della negligenza. Dove sono i presupposti per l’avvio di serie e severe scelte nel non improvvisato terreno dell’Econo – mia della Cultura? Tutto si può limitare, dopo le dimissioni del CdA, a una incosciente caccia alle nomine? Il Consiglio comunale, ridotto a un modesto deposito di ambizioni e di illusioni perdute, è lì a ricordarci, con la perdita del pudore e l’abolizione della grammatica per decreto, il suicidio della politica. Anime morte, giovani precocemente invecchiati dall’assenza di aspirazioni ideali, piccoli mercanti, marionette asservite al burattinaio di turno e trasformisti d’occasione, si contendono un protagonismo da tre soldi mentre ogni forma di rappresentanza si dissolve in un pulviscolo di ricatti e di fittizie, stantie polemiche. L’opposizione, pur tra atteggiamenti basculanti, prova con impegno a sollecitare persino la dignità degli amministratori ma gli esiti sono del tutto prevedibili. Il sindaco in carica, primatista mondiale nella nomina di assessori senza qualità, è stato capace di cumulare un invidiabile medagliere del fallimento; continuando ad accogliere disordinate indicazioni politiche, rifiuta, con testarda emulazione pirandelliana all’Uno, nessuno e centomila, la possibilità di abbandonare pacificamente il campo. Non dimentichiamo che questa amministrazione ha rinunciato, per manifesta inadeguatezza e per volontarie scelte ‘tecniche’, ad ogni forma di politica culturale quindi alla possibilità di realizzare progetti strutturali nel medio e lungo periodo, rivolti a costruire un dialogo proficuo tra conservazione dell’Antico e necessario sviluppo del Moderno: Piazza della Libertà è la prova, direbbe un teologo medievale, dell’esistenza del Dio dell’ignoranza e della stupidità. L’elenco della Vergogna è decisamente lungo: la Collina della Terra, abbandonata all’incuria e alla rapina delle sue nobili pietre, l’area archeologica del Castello, una scandalosa e costosissima fabbrica del restauro attiva dal 1977, la Casina del Principe, ridotta a una osteria di passo, l’ex GIL, opera importante di Enrico Del Debbio, l’architetto che mescolava negli anni Trenta le linee della classicità con i furori della modernità, la Dogana, al cui recupero anche Penelope avrebbe smesso di lavorare per la lentezza degli amministratori nell’assumere decisioni audaci, sono lì a raccontarci la innaturale predisposizione delle istituzioni all’immobilismo e alla inettitudine. La città addormentata, attuale ‘capitale’ dell’indefinito e della frantumazione sociale, intanto continua a ricordarci che la crisi della politica si manifesta essenzialmente con la scomparsa delle classi dirigenti e dunque con la riduzione dell’impegno pubblico a mera ricerca di spazi individuali di gestione. I cittadini, liberati, in parte con pratiche clientelari, dal panico del bisogno, sono costantemente attraversati dalla paura della libertà. Il capoluogo ha perso nel tempo la bellezza della protesta, del sogno, dell’utopia concreta postulata da Dorso, e le iniziative rivolte alla contestazione si riducono a blande e irrilevanti testimonianze. Mentre il nuovo resta del tutto vago e aurorale, il peso dei vecchi rappresentanti dell’ancien regime ormai si misura non sulla spinta progettuale delle idee, ma sulle modalità d’inserimento dei propri ascari nel sistema di potere locale. Il Negus di Nusco, in questo paesaggio inquinato dalla sudditanza e dal servilismo, continua a esibirsi con relativo successo. In una raccolta di scritti del romanziere e saggista svedese Stig Dagerman (1923-1954), che ripercorre in controluce la vitalità anarchica del suo autore, vengono riconsiderate le possibilità ultime offerte alla persona dalla libertà e dall’amore del coraggio, uniche risorse per superare le passività sociali e politiche dominanti. Dagerman, in un intervento del 1949, sosteneva che se la politica viene definita l’arte del possibile, “il possibile è in effetti il minimo pensabile. Credere nel possibile significa avere operato una censura preventiva delle possibilità del rischio, della speranza e del sogno. Nel mondo del possibile l’essere umano non è che un prigioniero, incatenato alla galera della paura e dell’indifferenza. Di fronte al possibile l’essere umano è impotente come di fronte alla morte”. Per superare il conformismo e le abitudini occorre intraprendere la via dell’impossibile quindi contro la paura e la passività, “che sono l’effetto di una permanenza troppo prolungata nel mondo del possibile”. Avellino ha bisogno di un radicale cambiamento, di una “politica dell’impossibile”, fondata sulla ricerca di idealità e programmi fuori dal cliché che abilmente la vecchia politica lascia intravedere attraverso il solito gioco dei finanziamenti a pioggia per la realizzazione di opere pubbliche inutili e devastanti oppure appoggiando ipocriti progetti sull’immateriali – tà, i cui fini restano l’affarismo per pochi e il miraggio dell’occupazione per tanti. Il grande De Sanctis ribadiva che la vita politica, quando non è collusa con il vizio della tirannia e il desiderio della ricchezza personale, deve essere azione concepita come ‘dovere’ e ‘sacrificio’. Avellino, l’Irpinia, tanto Mezzogiorno interno hanno la necessità di ritornare alla vitalità ideale e a quel vivente che deve costituire la Giovinezza dei nostri sogni e l’educazione alla politica dell’impossibile. In questo clima da apocalisse non è facile credere sia in una conversione alla cultura della trasformazione che in una profonda rivoluzione morale: “Ma ciò che è stato vissuto / sarà sognato, / E ciò che è stato sognato / rivissuto”. Così raccomandano i versi del poeta Francois Cheng e noi, anche per questa Avellino inerte e indifferente, vogliamo continuare a credere nella passione della libertà e nella libertà delle passioni.
edito dal Quotidiano del Sud