La solitudine non è una colpa

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Di Monia Gaita

La solitudine non è una colpa, non è un’esperienza negativa.

Cedere alle sue malìe può rivelarsi un conforto e una promessa di felicità: intendere meglio noi stessi e il mondo in cui siamo immersi.

La solitudine non rappresenta lo stadio ultimo di un’involuzione che esclude il vincolo tra uomo e uomo, tra uomo e universo materiale.

Se mi ritiro in solitudine non vado a realizzare nessuna forma di alienazione.

Semplicemente instauro un rapporto più interconnesso col mio io, accedo a un tipo di conoscenza che il clamore e le urgenze del quotidiano abortirebbero.

I nostri atti consueti traboccano di fretta, di questioni impellenti, di meccanicità tediose che appassiscono il pensiero, la pratica riflessiva, la messa a punto di quegli strumenti interpretativi necessari per indagare ciò che accade.

È un diverso criterio di organizzare il pensiero, un modo facilitato di cancellare il debito col nostro sostrato emotivo più sensibile e vero.

Dobbiamo recuperare l’io, lottare senza tregua per mettere ordine nei nostri bisogni, nei nostri progetti, nelle nostre aspirazioni.

Ciascuno sposta il proprio essere fuori di sé in una permuta di relazioni polimorfe con i familiari, con gli amici, con i colleghi di lavoro dove l’interiorità diviene a volte una protagonista marginale del racconto.

Solitudine e gusto per la scoperta proiettano due facce della stessa medaglia perfettamente in bilico fra i ripostigli del raccoglimento e la volontà di stringersi in consapevole legame con l’esistenza.

La solitudine non è isolamento.

Nei suoi ripari ci protegge dal frastuono e dal pressappochismo con un’avidità che mira a risanare i luoghi del sentire da troppe visioni veloci, troppa inclemenza, troppe parole, troppi possessi e perdite, troppe paure e delusioni.

Ci permette di stare in buona compagnia col nostro corpo e con la nostra anima, col corpo e con l’anima delle foglie, col corpo e con l’anima delle persone che incontriamo.

Ci aiuta a recepire gli avvenimenti, anche quelli più dolorosi, attribuendo loro un volto, un nome, una ragione.

Perché di tutti i vuoti e di tutte le decurtazioni, percepirsi solo in mezzo alla gente, rimane sempre di gran lunga, il vuoto più detestabile e la più indegna decurtazione.