Le elezioni e il dopo

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Al termine di una campagna elettorale breve e nervosa, dominata dall’incognita dell’affluenza alle urne causa timore del contagio, il governo Conte 2 si scopre in evidente debito d’ossigeno eppure abbastanza stabile, forse più per via di una generale debolezza di avversari e finti amici che per forza propria. Che ci sia un qualche imbarazzo dalle parti di palazzo Chigi lo dimostra la ritrosia del presidente del Consiglio che, dopo aver tentato di intestarsi una linea chiara sui due appuntamenti di domenica e lunedì, ha preferito chiamarsi fuori dalla contesa per non rischiare di essere travolto nella rissa finale. E’ stato così abile Giuseppe Conte a sfumare la sua posizione, che nessuno, o quasi, ricorda più i tentativi ormai datati di convincere i suoi alleati a presentare nelle regioni al voto la stessa maggioranza che governa a Roma. Se l’impresa avesse avuto successo (si pensi per esempio alla Puglia che gli ha dato i natali e che ora rischia di passare alla destra), indubbiamente sarebbe stata per lui la consacrazione politica di leader di una coalizione e non più di (eminente) personaggio in cerca d’autore.

Constatata l’impossibilità di vincere le resistenze dei Cinque Stelle, il capo del governo ha fatto marcia indietro trincerandosi dietro gli inderogabili impegni, che certamente non mancano, a partire dalla riapertura dell’anno scolastico con tutti i problemi che comporta. Anche sul referendum, il “sì” minimalista pronunciato in extremis, pare cucito su tutte le taglie e fatto apposta per non inimicarsi vincitori e vinti (non preoccupatevi, garantisco io che il taglio dei parlamentari non riduce la rappresentatività) e comunque non comporta un invito al voto conforme.

Insomma, un capolavoro di equilibrismo, che dovrebbe essere premiato. E infatti, la campagna elettorale che aveva toccato al suo inizio estremi parossistici, come se dal voto a Firenze e Bari o dalla conferma di una riforma costituzionale già plebiscitata dalle Camere dipendesse l’esito di partite di là da venire (per il Quirinale si decide nel febbraio del ’22), si sta concludendo nella calma piatta di un confronto “civile” nel quale tutti i protagonisti, da una parte e dall’altra della barricata, hanno cercato di non esasperare i toni. L’amara lezione riservata a Matteo Renzi, che ha pagato l’eccessiva politicizzazione del suo referendum, ha convinto i contendenti di oggi a tenere l’esecutivo furi da una contesa il cui risultato pare scontato; e lo stesso Salvini non sembra più tanto convinto di poter dare l’assalto al governo partendo dalle trincee periferiche delle sei regioni in palio più la Val d’Aosta che fa storia a sé. Anche l’ambiguo endorsement di Giorgia Meloni ad un eventuale “no” antigovernativo dimostra un qualche cedimento del fronte più decisamente sovranista, mentre sull’altra estremità del campo resta solo Alessandro di Battista a sventolare la logora bandiera del grillismo parolaio delle origini. Le ambizioni di Zingaretti, se ci sono, non si manifestano, almeno per il momento.

In queste condizioni, il governo si è dato un orizzonte temporale che coincide con l’apertura dei cordoni della borsa europea del Recovery fund, a metà del prossimo anno, e dunque quasi in coincidenza con l’inizio del semestre bianco, che vieta lo scioglimento delle Camere. Un’assicurazione sulla vita, anche se dovremmo assistere al paradosso di un parlamento di 945 componenti che sopravvive per tre anni alla decisione di amputarne un terzo. La partita non finisco col duplice voto di domani e lunedì.

di Guido Bossa