L’omaggio dei figli a Bellizzi: arrivare al cuore delle cose, la sua lezione ci guida ancora oggi

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Pubblichiamo di seguito un ricordo di Gennaro Bellizzi, primario del Frangipane di Ariano, scomparso lo scorso anno, consegnato dai figli nell’anniversario della scomparsa

Sandor Marai scriveva che dei ricordi non possono che rimanere le braci. E forse, effettivamente, è vero: ogni giorno ci ritroviamo ad analizzare minuscoli frammenti di papà che mai potranno realmente equiparare ciò che egli è stato. Risulterà banale o magari ridondante, ma un individuo è realmente ed infinitamente di più della somma delle proprie singole parti.

Il giorno in cui papà se n’è andato, tra le lacrime e la mestizia si è fatta strada la lacerante sensazione che il fuoco di ciò che lui ha sempre rappresentato per noi si fosse sopito nello sgomento della morte, lasciando nel nostro cuore pochi flebili tizzoni di ricordi.

Eppure, probabilmente, una delle innate capacità di papà consisteva proprio nel non soffermarsi alla superficie delle cose, ma nello scavare e nel carpirne le varie prospettive, le più variegate venature.

“Cum grano salis!” Ci innervosiamo ancora al pensiero di tutte quelle volte in cui, caparbiamente, ci siamo scagliati d’istinto sulla “scorza” dei fatti senza la reale volontà di coglierne le sfumature e papà saggiamente ci ha “ripresi” nella nostra frenetica ed istintiva corsa.

Si, perché la brace, apparentemente e dapprima, designa la fine dell’ardente calore di un fuoco vivo, ma se si è capaci di riflettere e pazientare, può delineare il principio di una nuova fiamma, ancora più vivace, impetuosa ed appassionata.

È sempre una questione di prospettiva.

Non si tratta di nostalgica malinconia, ma di un’opportunità di costruire utilizzando come fondamento ciò che di buono c’è stato.

Di papà potremmo dire tante cose buone, siamo i suoi figli: ogni nostro passo è scandito dalla tremenda mancanza di tutte le cose belle che ci ha regalato ogni giorno e che tante volte, con grande rammarico, abbiamo colto con il ritardo di chi è “settato” sulle proprie convinzioni. Eppure, ciò che ogni giorno gli invidiamo e che vorremmo saper fare è la sua capacità di “stare nelle cose”, di arrivare a ciò che è vero ed autentico nella vita.

Ci concederete una metaforica digressione domestica magari stupida e banale, ma che secondo noi rende a pieno l’idea di chi sia papà. Qualche anno fa, a casa abbiamo acquistato una di quelle macchinette automatiche del caffè in cui inserisci la cialda e la bevanda calda è pronta in un minuto. Eppure papà si è sempre rifiutato di utilizzarla:” Che volete da me, io preferisco la moka”.

Ecco, magari farà sorridere, ma secondo noi, una delle capacità più grandi di papà era proprio quella di arrivare “al cuore delle cose”, “alla moka delle cose”, se vogliamo usufruire ancora di questa metafora.

Il suo obiettivo non era semplicemente inserire la cialda per avere il caffè bello e pronto, lavorare per guadagnare, impegnarsi nel sociale per essere riconosciuto, giocare per vincere, ma giungere ad un traguardo più grande di tutto ciò.

Onestamente, vorremmo essere capaci di riconoscere questo traguardo, ma crediamo non basti una vita per comprenderlo, mentre lui si…lo aveva individuato, eccome se lo aveva fatto. E diciamo ciò consapevolmente perché, quando un atleta ha presente il proprio obiettivo, quello giusto, quello davvero vincente, “corre dritto verso la meta” come scrive san Paolo nella Lettera ai Filippesi.

L’idea che ci forniva papà ogni giorno della sua vita era proprio questa: si svegliava per andare a lavoro e correva verso la meta, tornava e si riuniva con l’associazione “Controvento” e correva verso la meta, ci aiutava in ogni aspetto pratico e non della nostra vita e correva verso la meta, era fallibile e caparbio e anche in quei momenti correva verso la meta, consapevole di tutti i propri limiti, ma comprendendo quanto essi costituissero davvero l’opportunità per “un salto di qualità”, “uno spunto di conversione” (come lui stesso affermava).

Non si trattava di una corsa dissennata e cieca: era un incedere attento, premuroso, dedito a chi è “ultimo”.

Don Antonio lo ha definito meravigliosamente “un perdente alla luce di Cristo”: non era fatto per i podi della vita, quelli concreti, ma effimeri. La sua vittoria era quella di riuscire a salvare chiunque fosse messo “all’angolo” dalla vita: che fosse un paziente, un conoscente, un giocatore, un tifoso, un parrocchiano o perfino un perfetto sconosciuto. E tramite loro, riusciva, inconsapevolmente, non solo a salvare se stesso, ma anche a plasmare l’argilla della propria esistenza per renderla qualcosa di unico e al contempo meraviglioso in un “rimodellamento” continuo delle proprie azioni alla luce di prospettive elevate.

E questa è una vittoria che pochi, probabilmente, imparano a conquistare nella propria esistenza, un paradosso a tratti incomprensibile: è una conquista che esige una sconfitta, la perdita dei propri criteri per elevarsi a parametri più alti, per vivere “una vita piena”, un concetto che diversi anni fa, don Carmine Santoro ha tentato di spiegarci.

Vorremmo essere in grado di elencare gli innumerevoli episodi in cui gli abbiamo manifestato il nostro disappunto di fronte a ciò che ritenevamo un’ingiustizia (più o meno grande ed evidente). E parimenti vorremmo essere capaci di mostrare la sua capacità di ricavare, dalle braci di un’ingiustizia, un fuoco nuovo.

Lo abbiamo ripetuto tante, forse troppe volte, ma ciò che di papà realmente riusciva a lasciarci senza parole perfino di fronte alle nostre strenue convinzioni, era questa capacità di “essere padre delle cose”.

Una capacità che tutti, in potenza, possono avere: quella di riuscire a mettersi in ascolto, di riuscire a sacrificare perfino se stessi per il bene di un altro, per una meta più grande, per poter far divampare un fuoco solo apparentemente sopito.

È un’attitudine che tante volte gli abbiamo riconosciuto nei momenti di gioia familiare condivisa e nei fisiologici momenti di crisi filiale che abbiamo avuto. Una naturale propensione all’ascolto, alla comprensione dell’altro (chiunque fosse), al perdono di qualsivoglia offesa. La straordinaria e innata dote di riuscire a “perdere” ciò che poi, sorprendentemente, si rivelava sbagliato per conquistare, ogni volta, un pezzo di ciò che lo ha reso così integro, ma al contempo indulgente e comprensivo verso chiunque.

Risiedeva in lui la più straordinaria e, al contempo, spontanea delle abilità paterne: quella di riuscire a “fare squadra”, sempre!

Tante volte, confrontandoci su tematiche politiche, ci siamo chiesti quali dovessero essere le reali doti di un leader e, come di consuetudine, abbiamo ricevuto una sua risposta tutt’altro che banale.

Ci ha detto che un leader può possedere le più svariate e lodevoli capacità, ma se non ha una squadra, un progetto alle spalle, è destinato a fallire in qualsiasi compito.

Se ci voltiamo ad osservare l’esistenza di papà, in effetti, ci rendiamo conto di una delle sue attitudini più lungimiranti…lui sapeva “fare squadra”: nel campo da gioco e in panchina, in reparto ed in ospedale, con gli amici e in “controvento”. Perfino nella nostra famiglia: il suo desiderio più profondo era certamente che ognuno di noi potesse sentirsi realizzato, felice, soddisfatto, ma, soprattutto, che nessuno di noi si sentisse solo o abbandonato e che ciascuno potesse ritenersi parte integrante di un progetto più grande…che fosse la nostra città, la parrocchia, l’ambiente lavorativo. È da lì che ognuno poi si sentiva autorizzato ed incoraggiato ad appassionarsi, verbo che papà riusciva ad incarnare pienamente, proprio perché sostenuto da un gruppo solido, una base sicura.