Tagliare i ponti col passato

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Non sarà facile per Mario Draghi traghettare un sistema politico debole ma fortemente sovraeccitato fino al termine di questa legislatura. Spegnere la conflittualità per mettere la parola fine alla tragica stagione della pandemia e spingere la ripresa economica è il compito del governo alle prese però con una crescente tensione interna e con una opposizione più intransigente di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni nonostante la sconfitta alle amministrative, ha scalato i consensi e molti sondaggi danno il suo partito in testa al gradimento degli elettori anche se in questi giorni in molti l’hanno messa sotto accusa per l’ambiguità e la tolleranza nei confronti del mondo di estrema destra. Un riflesso automatico che ha portato la Meloni più a guardare al passato che al futuro proiettando Fratelli d’Italia un passo indietro rispetto alla svolta compiuta ormai più di 25 anni fa da Gianfranco Fini a Fiuggi. Il percorso fatto fino ad oggi dalla Meloni ha inserito Fratelli d’Italia in continuità con quello delle destre europee a partire da quella ungherese o dalla spagnola Vox e lontana dalla destra gollista francese o da quelle conservatrici che in passato il fascismo lo hanno prima combattuto e poi sconfitto. Certo il fenomeno di una destra più radicale non è solo italiano, in tempi recenti Trump è stato Presidente degli Stati Uniti e Bolsonaro lo è oggi del Brasile e nella stessa Francia la Le Pen è andata in ballottaggio alle presidenziali contro Macron. Qualche giorno fa 12 paesi su 27 in Europa (Austria, Danimarca, Grecia, Cipro, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria e i 3 baltici) hanno chiesto a Bruxelles finanziamenti per costruire muri e barriere per bloccare l’afflusso di profughi. La destra in Italia arriva al governo proprio con Fini insieme a Berlusconi e a Bossi quando finisce la prima Repubblica e cade anche quella “conventio ad excludendum” messa in atto dalle forze che scrissero la Costituzione e ricostruirono l’Italia democratica. Il Movimento sociale, non era un partito fuori legge, ma veniva considerato non legittimato politicamente ad entrare nell’area di governo. Un’esclusione motivata dal fatto che, pur partecipando alle elezioni e alla vita del Parlamento, il Movimento Sociale non era riconosciuto dal sistema dei partiti che avevano partecipato alla Costituente. Tutto cambia nel ’94 e ancora oggi quell’intesa è salda, l’attuale centrodestra ricalca quelle forze di allora con leader diversi: Salvini e non Bossi, Meloni e non più Fini accanto all’eterno Berlusconi. La differenza sta nel cambio di passo della Lega non più federalista ma un movimento nazionale e concorrenziale con Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni, invece, dopo aver scalato rapidamente la scala dei consensi è la leader indiscussa della destra italiana e si candida a governare il Paese. Guidare l’Italia però non è semplice come guidare un partito seppur in crescita, serve competenza ed esperienza e serve soprattutto tagliare i ponti con un certo passato perché come spiega lo storico Miguel Gotor “per governare l’Italia non basta mettersi alla testa di un’internazionale nazionalsovranista, di cui Vox è l’espressione spagnola e Viktor Orbán quella ungherese; una rete che ha come obiettivo strategico la disgregazione dell’Europa, intrattiene rapporti e probabilmente riceve finanziamenti da gruppi di pressione e potenze straniere concorrenti che sono interessate alla crisi di quel progetto per ragioni soprattutto economiche. Sarà un caso, ma appena si gratta sotto la pellicina del nazionalismo, dell’identitarismo, del sovranismo, del nativismo, escono sempre le ideologie infette della xenofobia, dell’antisemitismo, dell’omofobia e dell’intolleranza”. Occorre dunque riprendere la strada già tracciata da Fini perché anche allora lo sdoganamento della destra avvenne attraverso il consenso popolare, in nome di questa legittimazione si possono compiere passi avanti ma anche rischiosi salti all’indietro.

di Andrea Covotta