“Un ebreo, un ligure e l’ebraismo”, si chiude la kermesse a Sant’Andrea

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Umorismo, verve, capacità di scendere nelle profondità dell’ animo umano e poi di risalire in superficie, con un’ ironia che è affrontare il mondo con levita’ e non con zavorre intellettualistiche, questo ed altro è Moni Ovadia, sempre diverso in ogni performance. Spalla doc alla sua interpretazione, Dario Vergassola, che ha stupito per cultura e profondità, dietro l’apparente leggerezza di gag e battute. “Un ebreo, un ligure e l’ebraismo”, questo il titolo dello spettacolo che ha concluso l’edizione 2019 della rassegna teatrale di Sant’Andrea. Una riflessione sulla cultura ebraica che è uno sguardo sull’uomo, un modo diverso per parlare anche dell’olocausto che è poi l’ olocausto di tanti popoli che si sono succeduti nei secoli. L’ebraismo come sguardo disincantato sulla vita, un popolo capace di ironizzare anche sul simbolo per antonomasia del male, che è stato Hitler, per guardare avanti e cogliere ancora, nonostante tutto, la bellezza della vita. “Sono contro ogni nazionalismo – ha affermato Ovadia – per me l’ebreo è uno straniero in mezzo agli stranieri. Così dovremmo essere tutti. L’essere umano è uno straniero in mezzo ad altri stranieri”. Così, per Ovadia, il “popolo ebraico è stato preso per il naso da Mosè, che l’ ha fatto camminare nel deserto per quaranta anni, mentre avrebbero potuto percorrerlo in una settimana”. Un intreccio di ironia ligure e di umorismo ebraico, per affrontare anche temi legati all’attualità e alla politica, in chiave decisamente comica, esilarante, in un gioco di rimandi e di gag che hanno fatto riflettere con un velo di amarezza. Ma è il mistero della donna, della femminilità ad intessere nuovi sogni sotto le stelle ” perché un ebreo ha soltanto una madre, non ha un padre. Il padre è indifferente. E’ nel ventre materno che avviene tutto. Qui le tenebre si sciolgono in luce. Dio stesso, che in italiano, dal testo biblico, traduciamo come il misericordioso, in ebraico suona come l’ uterino. E’ questo termine che racchiude la tenerezza di Dio”. Ed è nell’immagine e nel riflesso di questo Dio uterino che la tenebra si trasforma in luce, il deserto in giardino, le rocce in stelle, le lacrime in fiori.