Vinicio si racconta al Cimarosa: l’Irpinia tra mito, dialetto e tradizioni

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“Ci sono luoghi che, al di là della loro bellezza, restano dei punti di osservazione per noi. Così è per l’Irpinia, di cui amo profondamente paesaggio e dialetto. In questi anni ho perso tanti compagni di viaggio e maestri di vita ed è sempre più doloroso tornare in un borgo, man mano che si svuota delle persone che amavamo. Eppure ciò che sopravvive, malgrado il trascorrere del tempo, è la potenza della terra, questo cielo che non sta mai fermo. Vedere un’alba in Alta Irpinia è sempre per me un modo di rifondare il mondo”. Vinicio Capossela ricorda il coraggio di giornalisti come Enrico Fierro e rende omaggio alla terra irpina nel presentare il suo libro, un magma instabile e sempre acceso, “Eclissica”, edito da Feltrinelli al Conservatorio Cimarosa, introdotto dal presidente dell’istituzione musicale Achille Mottola e dal direttore Maria Gabriella Della Sala che sottolineano il profondo legame stabilito con l’artista e la volontà di opsitare presto un suo concerto. A dialogare con lui il giornalista Francesco Raiola.

“Ci tenevo – spiega Capossela – a presentare questo libro qui al Conservatorio Cimarosa, poiché una buona parte di ciò che racconto in questo libro si svolge nelle terre dell’Alta Irpinia, questi spazi sono all’origine del percorso compiuto in questi ultimi quindici anni anche da un punto di vista musicale ed etnografico. Ecco perché tornare qui con questo libro mi sembrava una forma di restituzione di tutto ciò a cui ho lavorato, delle lezioni che ho appreso”. E sulle trasformazioni che hanno attraversato l’Irpinia “Il mio sguardo è quello di una non completa conoscenza e coinvolgimento, il mio punto di vista parte da una mitologia familiare. Questi luoghi sono per me fuori dalla storia o meglio ciò che cercavo in questi luoghi è sempre stato fuori dalla storia e dalla dittatura dell’attualità. Potrei dire piuttosto come è cambiato il mio sguardo. Partendo da questa mitologia ho preso consapevolezza di una serie di contingenze, ho cominciato a confrontarmi con la realtà della terra, con le macerie delle ritualità e delle tradizioni. L’Irpinia è sempre stata il punto di contatto tra le cose che si studiano e ciò che si vive”. Quindi si sofferma sull’immagine evocata dal titolo del libro “L’eclissi – spiega Vinicio- mi è sembrata un’allegoria perfetta per parlare della sospensione del tempo della quotidianità che ha caratterizzato questi ultimi anni. Questo libro parte da una sospensione degli accadimenti e diventa cornice per ripercorre ciò che è stato realizzato dal 2005. Poiché quando si spegne la luce, quando c’è solo buio intorno abbiamo solo a disposizione la luce del ricordo e quando si accende la luce non siamo certo come Giona che esce dalla balena redento. Torniamo alla luce più stanchi e con gli stessi problemi di prima ma torniamo ad usare i nostri corpi anche se in maniera diversa e con la sensazione di avvertire l’altro come pericolo piuttosto che come rifugio. Sarà una sensazione che temo ci accompagnerà a lungo”. Quindi si sofferma sulla forza del dialetto, a partire da quei canti che si innestano sempre su arie d’opera per restituire i diversi colori dell’anima, dai simposi paesani che sono sempre ‘conversazione’ “Ciò che è foclorico ha sempre una sua verità, è un fuoco vivo che non ha bisogno di una ripetizione pedissequa. Così le mie strofe che nascono da storie a cui cerco di dare una forma di ballata cercano di catturare questo fuoco vico”. Ma si schernisce, “non mi sento un etnologo, nè un ricercarore, ma ho grande curiosità per questo universo”. Ribadisce come “la cultura non deve separare ma unire, sono figlio di generazioni di semianalfabeti che possedevano una grande cultura non scritta, nei loro confronti la cultura era usata spesso come arma per emarginare. Anche la cultura può essere uno strumento ambivalente”. Ribadisce come forme musicali come il rebetiko “sono un modo di stare al mondo. L’impressione è che certe musiche nate da un’espressione del cuore trovino sempre il modo di rifiorire”. Inevitabile il riferimento allo Sponz che ha segnato con forza il suo percorso e il legame con l’Irpinia e le aree interne “Lo Sponz nasce come esperienza di comunità dall’idea di celebrare la tradizione, come esperienza che mettesse al centro il paesaggio umano e geografico per superare la festivalizzazione secono cui la musica deve essere consumata nei festival in maniera rigida, nel rispetto di regole ben precise. Di qui l’idea di decentrare, di attraversare il paesaggio in maniera diversa, di farsi strada nei diversi luoghi. Uno spazio condiviso capace di formare una comunità liquida, composta da persone provenienti da luoghi diversi, che fosse insieme punto d’incontro tra musiche locali e lontane”. E poi mi piaceva l’idea “di uscire dalla dittuatura del mercato della notorietà, di fare dello Sponz un corpo vivo che si adatta al mondo e alle sue trasformazioni, a ciò che si puà fare a seconda del contesto storico sociale. Ho immaginato un evento per partecipare al quale bisogna fidarsi, non c’è altra scelta che mettersi in gioco, anche senza conoscere nel dettaglio il programma”. Presenti in sala anche il sindaco Gianluca Festa e l’assessore Stefano Luongo che hanno promosso l’evento.