Avellino, città allo sbando

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La città di Avellino ha un cancro. Si chiama mancanza di decisione. La terapia è il rinvio. Si accompagna alla incapacità di governo, alla superficialità, all’approssimazione di molti amministratori inetti. La città è in mano ad un gruppo di avventurieri che speculano su tutto. Sui lavori in corso, sulla gestione di alcuni servizi, sull’occupazione abusiva del suolo. Non solo. Anche sulla salute dei cittadini, come ci dicono le condizioni ambientali di rione Ferrovia, con l’amianto disperso dalla fabbrica dei veleni Isochimica, con la cementazione dei torrenti, un tempo fiore all’occhiello dell’ambiente e dell’economia irpina. Il dibattito politico langue. Il confronto si perde in sterili contrapposizioni. E’ una città senza pensiero, senza programmi. Attaccata alle sue storiche emergenze. Che non riesce a darsi un ruolo. Che litiga su tutto. Anche sulle miserie.

Ciò che è accaduto l’altro giorno alla struttura del Centro autismo di Valle è un ulteriore segnale inquietante e di assoluta gravità. Vandali si sono introdotti nei locali asportando l’impianto elettrico appena realizzato e, indisturbati, hanno prodotto un danno per oltre cinquantamila euro. E’ solo un furto? O dietro c’è una regia malavitosa che ha l’intento di evitare l’entrata in funzione del centro? Per ora è solo un giallo fitto. Ma il dubbio resta. Da sedici anni su quel centro è come se fosse calata una maledizione. Ogni volta che si approssima l’apertura della struttura emerge un fatto nuovo. Una volta la proprietà del suolo messa in discussione, poi il contrasto tra le ditte per l’appalto dei lavori e, stavolta, il prevedibile furto. Che si poteva evitare. Bastava poco. Assicurare la sorveglianza del cantiere ad esempio. Invece no. Rieccolo preda di un nuovo ostacolo. E’ legittimo pensare che ci sia qualcuno che ha sentenziato: il centro autistico non s’ha da fare. E subito il pensiero corre a chi gestisce l’assistenza privata con fondi pubblici. Alle varie onlus, sponsorizzate anche dal Comune capoluogo, che speculano sulla salute di chi è più sfortunato. In città, in provincia e in Campania.

Altra vicenda inquietante e finanche paradossale, è quella che sta vivendo il teatro “Carlo Gesualdo”. In una città da anni balcanizzata a causa degli interminabili cantieri aperti, il teatro è il solo fiore spuntato tra le macerie del terremoto. Le altre opere sono infartuate. Dalla Dogana di piazza Amendola, alla Bonatti chiusa da qualche anno, al Mercatone che fa arrossire di vergogna, è tutto un susseguirsi di incompiute. Per il teatro Gesualdo avevamo promosso, con Irpinia Tv, una sottoscrizione al fine di sottrarlo alle grinfie della malapolitica. E’ stata utile solo per poco tempo. L’indignazione degli avellinesi è stata riassorbita dall’indifferenza che tutto condanna. E lo spazio è stato occupato da quel gruppo di avventurieri di cui dicevo prima. Esso è tornato all’attacco per mettere le mani sul Gesualdo. Non era stata sufficiente neanche una seduta consiliare monotematica nel corso della quale si era discusso di conti e programmi del teatro. In quella occasione si toccò con mano la strumentalizzazione della vicenda da parte di chi si era presentato in Consiglio senza sapere di cosa si discutesse. Cipriano, presidente della partecipata comunale, fece chiarezza, mostrando per quasi un’ora, attraverso la proiezione di slide, lo stato precario in cui versava l’ente. Sembrò allora che fosse stata fatta luce. Invece no. Si trattò solo di una breve tregua. La gestione del Gesualdo da qualche giorno è tornata nel mirino del Comune. Semplicemente vergognoso. Incomprensibile, però, è anche l’atteggiamento assunto dal presidente del consiglio di amministrazione del teatro. La sua denuncia è un ulteriore elemento di confusione. Cipriano è un giovane capace e intraprendente. Ha ragioni da vendere. Tuttavia non può e non deve, come parte offesa, difendersi con le stesse armi di chi lo combatte. Non può e non deve, a mio avviso, trascinare il teatro in una polemica politica che porta danno solo all’immagine dell’istituzione. Se si sente perseguitato, come lui stesso afferma, se non è messo in condizione di gestire il futuro del teatro, ha davanti a sé una strada obbligata: lasciare, in coerenza alle motivazioni per le quali gli è impedito – come egli afferma – di disegnare un tranquillo futuro del Gesualdo.A volte la semplice denuncia non basta. Occorrono gesti concreti. Intanto il teatro sta morendo. Lo salvano solo le professionalità che vi lavorano. Non c’è ancora un minimo di programmazione. Il cartellone dell’anno prossimo latita. Gli abbonamenti sono alla frutta. La stessa manutenzione viaggia fra troppe incertezze. Tutto questo impone una svolta decisiva. La deve favorire il sindaco Foti. Sciolga il consiglio di amministrazione, nomini un nuovo cda e rilanci, con immediatezza, il ruolo del teatro avellinese. Tutto ciò deve avvenire garantendo trasparenza e legalità. Lo farà Foti o continuerà ad alimentare quel cancro dell’indecisionismo che sta affossando la città?

In tanto grigiore, in questa realtà che va sempre più somigliando alle tribù terzomondiste, con una classe dirigente che, a tutti i livelli, disonora il mandato di rappresentanza per dare risposte ai bisogni delle comunità, una torcia di speranza l’ha accesa padre Bartolomeo Sorge, gesuita, ex direttore di Civiltà cattolica, molto vicino a papa Francesco. Ospite del movimento che si richiama al popolarismo sturziano, guidato dall’ex sindaco di Nusco, Giuseppe De Mita, padre Sorge ha ammonito con semplici, ma efficaci parole, coloro che speculano sulle disgrazie altrui a ravvedersi, riacquistando quell’umiltà necessaria che consente di raggiungere il bene comune. Parole forti, ma decise in un mondo che vive una crisi strutturale per il fallimento dei portatori di valori fondanti: scuola, famiglia, chiesa. E qui, più che altrove, proprio di questo c’è urgente bisogno.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa