Avellino e le ragioni della fede

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Dopo il lungo periodo pandemico la solennità della festa del Corpus Domini è stata contrassegnata da una numerosa presenza e sentita partecipazione dei credenti della città di Avellino. Il significativo rito della celebrazione eucaristica, nella chiesa del Rosario al corso Vittorio Emanuele, per volontà del vescovo Aiello, ha visto la partecipazione di tutti i parroci della Città per rendere visibile l’unità della nostra Chiesa locale, a partire dalla città capoluogo. Straordinaria è stata la partecipazione non solo dei fedeli della parrocchia del Rosario, ma anche delle più significative associazioni del laicato cattolico, con i relativi stendardi che hanno contrassegnato la loro presenza, anche durante la processione dalla chiesa del Rosario fino a quella di San Ciro. I domenicani della parrocchia cittadina hanno curato in tutti i particolari la celebrazione del rito, a sottolineare la centralità della festività nel ciclo liturgico-pastorale di tutte le ricorrenze festive dell’anno liturgico. In particolare, prevedendo molta affluenza di fedeli e l’importanza della celebrazione, nella stessa Chiesa del Rosario erano stati riservati – con apposito cartello – i primi posti per le autorità cittadine. A tal proposito, con unanime sorpresa, all’inizio della celebrazione eucaristica, mons. Aiello, notando con amarezza l’assenza totale delle autorità, ha invitato le tante persone, tra cui molti anziani, che sostavano in piedi in fondo alla Chiesa sovraffollata per mancanza di posti a sedere, di occupare i posti riservati alle autorità “che non sono venute”. L’opportuna precisazione del Vescovo ha suscitato l’unanime disapprovazione dei presenti per l’assurda ed evidenziata mancanza. Durante la successiva processione esterna chi scrive ha avuto modo di ascoltare varie opinioni sui fatti citati. In sintesi ho monitorato il convincimento che il popolo credente della città di Avellino si è sentito non rappresentato da chi aveva pur eletto, nel luogo e nel momento aggregativo più significativo di una comunità rappresentato dalla festività più rilevante e nella chiesa cittadina più frequentata. Il popolo c’era, noi c’eravamo, non c’erano benché invitati, i nostri rappresentanti. Cosa rappresentano, allora, costoro? Se non riescono a sintonizzarsi nemmeno con i sentimenti e le istanze più profonde, come possono fronteggiare le istanze materiali e quotidiane più emergenti della comunità che rappresentano? Sul piano culturale e politico più ampio, probabilmente, sempre costoro, non hanno ancora acquisiti il concetto della rilevanza pubblica della religione, convincimento condiviso da credenti e non. Ovviamente, dopo l’accaduto in Chiesa, la presenza solitaria del sindaco, durante la processione esterna, non ha convinto nessuno circa la sua sensibilità autentica di rappresentare una comunità ancora prevalentemente credente e desiderosa di testimoniare, nei luoghi e nei modi più significativi, la loro appartenenza cristiana, come cittadini credenti sulle vie tormentate del mondo attuale, soprattutto all’uscita del tunnel buio della pandemia.

di Gerardo Salvatore