Crisi di governo, una nuova fase

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Il previsto mandato esplorativo al Presidente della Camera Fico segna l’apertura di una nuova fase della travagliatissima crisi di governo. Combattuta, ad uso dell’opinione pubblica, a forza di dichiarazioni, di tweet e di notizie fatte circolate ad arte. E condotta, tra i non molti addetti ai lavori, tramite conciliaboli riservati su rilevantissime partite di dare e avere.

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La discesa in campo di Fico presuppone un cambiamento di prospettive politiche rispetto al perimetro tracciato al momento del precedente mandato al Presidente del Senato Alberti Casellati, arenatosi sugli scoglii dei marosi imperversanti nelle acque  del centro-destra. In particolare di FI, a causa del veto imposto su Berlusconi. Attenuato poi da qualche bizantinismo, come quello di non farlo sedere alle eventuali trattative o di accettare  nella compagine governativa ministri forzisti, purche non esponenti di precedenti governi. Salvini, anche dopo le elezioni in Molise, aveva insistito  sulla necessità che “ciascuno scenda dal piedistallo per poter dare in una settimana al Paese un governo capace di “cominciare a smontare pezzo per pezzo le schifezze del partito democratico”. La sua richiesta di qualche giorno di tempo (sembra che Di Maio gli avesse proposto una staffetta come premier o perfino di non entrare al governo per essere politicamente più libero) era stata ostacolata dal vero e proprio bombardamento verbale berlusconiano. Con l’infelice e volgare uscita sui grillini pulitori di Wc, successivamente definiti “del tutto non credibili per una funzione di governo”. ) Ora il campo di azione del Presidente della Camera sembra limitato all’orizzonte della ricerca di un’intesa M5S – Pd.

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Di Maio, che ha insistito sempre sull’uguaglianza dei “due forni” ha dichiarato comunque di accettare “la richiesta del Capo dello Stato di provare una intesa tra M5S e Pd”. Ha anche chiarito che “non sarà un’alleanza: le condizioni non cambiano con la Lega o con il Pd, vogliamo un contratto di governo che non prescinda dal nostro programma, che non è né di destra né di sinistra ma solo di buonsenso”. Intanto, però, proprio questo mandato esplorativo pone un delicato problema di rapporti all’interno del M5S.  Soprattutto perchè, se l’interlocuzione tra i possibili alleati andasse avanti, nel confronto sui  nomi come premier potrebbe teoricamente entrare anche il Presidente della Camera. A lui certo nessuno ha chiesto di fare l’esploratore  esclusivamente per conto terzi. La nota appartenenza a due correnti  interne (di pensiero e di azione) diverse del finora candidato premier Di Maio e dell’esploratore Fico potrebbe creare problemi anche di natura personale oltre che di equilibri negli interna corporis pentastellati. O diventare materia per giochi  strumentali all’eliminazione di questo o quel nome.

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Non a caso, la questione è stata esplicitamente evocata da qualche esponente della maggioranza renziana del Pd, almeno finora refrattaria a qualunque ipotesi di intesa con il M5S. Martina, costretto a muoversi  tra i carboni ardenti, ha dichiarato la semplice disponbilità a un dialogo a partire dalla questione fondamentale e prioritaria: la fine…di trattative parallele con noi  e anche con la Lega e il centro-destra”. E ha già suscitato gli immediati malumori della componente renziana. Significativo, in proposito, il fuoco di sbarramento dei suoi principali esponenti, dal capogruppo alla Camera Marcucci al vice-Presidente della Camera Rosato al presidente del partito Orfini, che ha rabbiosamente riaffermato l’alternativitò passata e futura del Pd rispeto al M5S. Tentativi mirati probabilmente a chiudere in anticipo qualche falla nello stesso schieramento renziano. Soprattutto alcuni fra gli esponenti neo-eletti mordono il freno rispetto alla linea attendista-aventiniana che ha finora relegato ai margini il partito. Nonostante le crescenti pressioni interne ed esterne per “andare a vedere le carte”, tuttavia, la posizione strategica del gruppone renziano non sembra essere mutata. In particolare, Renzi si vedrebbe stretto da una alleanza di governo con il principale avversario da lui dichiarato in campagna elettorale. Non conserverebbe la libertà di scelta cui aspira per trasformare definitivamente il Pd – probabilmente etichetta compresa – in qualcos’altro.

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D’altra parte, solo un partito unito anche nelle prospettive – cosa che l’attuale Pd è lontano dall’essere – potrebbe affrontare anche i rischi di un passaggio così impegnativo come l’allenza tra forze che se ne sono dette di tutti i colori. A meno di clamorosi imprevisti, sarà difficile far quadrare il cerchio del perimetro affidato a Fico. Perciò, con ogni probabilità, nella lunga telenovela di questa crisi, ci sarà bisogno di un terzo atto !

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud