Enrico Cocchia, il filologo controcorrente

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Di Vincenzo Fiore

Enrico Cocchia nacque ad Avellino il 6 giugno 1859, da una famiglia cattolica e liberale. Figlio di Michele (uno dei medici allora più noti in città) e di Rosa del Franco. La madre si occupò quasi esclusivamente dell’educazione del figlio, data la scomparsa prematura del marito, avvenuta quando Enrico aveva soli dieci anni (nel 1867 morì a soli cinque anni il fratellino Salvatore e nel 1871 il fratello maggiore Nicolino). Grazie allo zio, Nicola Cocchia, canonico teologo della cattedrale di Avellino, si avvicinò presto allo studio del latino. Durante la frequentazione del liceo, Cocchia si distinse particolarmente entrando nelle grazie dei professori Pietro Cavazza e Sebastiano Maturi, insegnanti rispettivamente di lingue classiche e di filosofia. Quest’ultimi decisero di organizzare una sorta di corso privato con gli allievi più meritevoli, per affrontare lo studio della lingua tedesca e la lettura dei testi più impegnativi (in queste occasioni conoscerà lo storicismo hegeliano che avrà una forte influenza nella sua formazione). Nel 1877 Cocchia iniziò a frequentare la facoltà di Lettere presso l’Università Federico II di Napoli, dove legò particolarmente con il latinista D’Ovidio. Cinque anni dopo ottenne dal ministero della Pubblica Istruzione una borsa di perfezionamento a Bologna. Nel 1884 ottenne un primo incarico all’Università partenopea e immediatamente dopo vinse la cattedra. Cocchia iniziò a costruire la sua fama scontrandosi contro le tesi di Theodor Mommsen (Premio Nobel per la letteratura nel 1902 per il suo lavoro «La storia di Roma»; ancora oggi i suoi studi sono fondamentali per la ricerca storico-filologica), quest’ultimo riteneva la letteratura latina mera letteratura d’imitazione, manchevole di spontaneità e di poeticità. Nel 1900 fece parte della commissione che presenziò alla riesumazione della salma di Leopardi, insieme ad una rappresentanza governativa e una familiare. Due anni dopo, venne pubblicato uno dei suoi testi più importanti: «La tomba di Virgilio», nel quale raccolse le prove dell’esatta ubicazione del sepolcro del grande poeta. Cocchia fu molto attivo in politica, sia da consigliere provinciale di Avellino sia da direttore dell’Istituto Orientale di Napoli e fu soprattutto un attento osservatore del mondo a lui circostante, aveva previsto un’imminente sommossa popolare contro il regime zarista, che di fatto avverrà di lì a poco. Nel 1913 divenne rettore dell’Università di Napoli e fu poi nominato senatore del Regno. Sul piano strettamente filologico, nella fase finale della sua carriera, ancora sulla scia della polemica con Mommsen, parlò della presenza di una letteratura latina, seppur “popolare”, antecedente all’influenza ellenica, idea all’epoca quasi totalmente estranea al mondo accademico. Nel 1914, anno che Cocchia definirà come il peggiore della sua vita, scomparve prematuramente il figlio, da questo tragico evento, il suo modo d’essere e i suoi scritti mutarono completamente. Cocchia si incamminò, infatti, verso uno stile sempre più autobiografico e riflessivo, riducendo drasticamente la quantità della sua produzione. Con la guerra alle porte, rimase fino allo scoppiò nella terra di mezzo fra gli interventisti e i neutralisti, perché da un lato temeva la dissoluzione dell’impero austro-ungarico, da lui ritenuto fondamentale per il mantenimento degli equilibri europei, dall’altro auspicava maggior cautela e preparazione. Negli ultimi anni di vita, intrisi di tristezza e amarezza, ebbe molto vicini alcuni discepoli devoti, come Di Martino e Galdi, con i quali collaborò alla fondazione della rivista e della collana editoriale «Mouseion». Morì a Napoli il 13 agosto 1930, stanco e triste. Nonostante i suoi lavori avessero avuto una notevole rilevanza in vita, non si aprirà mai intorno alle sue idee una scuola filologica.