Il culto della vite e del sapere

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Percorsi – La rubrica a cura di Monia Gaita

Piero Mastroberardino, alla guida  dell’omonima azienda di vini, porta avanti la storica attività di famiglia con una produzione d’eccellenza nota e apprezzata in tutto il mondo. Professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Foggia, è autore di libri scientifici, romanzi, quaderni d’arte e sillogi poetiche. Nell’avita cantina di Atripalda in provincia di Avellino, sorge il MIMA (Museo d’Impresa Mastroberardino Atripalda) che aduna in preziosi documenti e foto, tre secoli di vicende; una messe testimoniale che dal passato séguita ad abitare e ad accudire il presente.

Come sono stati gli anni degli studi adolescenziali?

Ho frequentato il Liceo Mancini di Avellino, anni che ricordo con piacere anche per le intense amicizie che poi sono rimaste. Le superiori decretarono il periodo della scanzonatezza vissuto in maniera spensierata e avventurosa. Allora imperversava il mito delle due ruote: a 12 anni ebbi il primo motorino, più avanti la moto e il vespone. Facevamo campeggio in moto e circolavo da un angolo all’altro della regione. Per me era il segno della libertà, dell’abbattimento dei confini, del superamento delle distanze che non sono mai solo fisiche, ma anche culturali. Accanto all’amore per la montagna, era il mio spazio aperto.

Poi cominciò il percorso universitario…

Dopo il liceo, mi iscrissi a Economia all’Università di Salerno imprimendo una virata netta in termini di assiduità e impegno. Esplicai fin da subito una lampante disposizione per la ricerca e l’approfondimento scientifico. Nel ’90, parallelamente alle prime esperienze aziendali, iniziai la collaborazione sul fronte universitario tra pubblicazioni e corsi formativi in ambito manageriale. Esordii come insegnante a contratto con l’Università di Salerno per poi vincere il concorso nazionale di professore associato. Oggi sono professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Foggia.

Vostro padre è stato un araldo dei vini irpini nel mondo rinsaldando una secolare tradizione di famiglia

Papà è stato un gigante nell’imprenditoria e nella cultura. Apprezzava l’arte, il sapere e i libri, tanto da collezionare un cospicuo numero di rari volumi risalenti al 1500. Ha avuto una vita difficile. Nel 1945, quando Michele, suo padre, morì, gli piombò sulle spalle una grossa responsabilità: completare gli studi e attraccare l’azienda in crisi ai fasti dell’anteguerra. Con una straordinaria forza di volontà si laureò a Napoli in chimica industriale per poi specializzarsi in enologia a Bordeaux. La nostra azienda fu fondata nel 1700 e lui sentiva di dover raccogliere un’eredità antica giuntagli attraverso lo snodo di più generazioni e gelosamente allacciata agli orizzonti della dedizione e del sacrificio. Già nonno Michele ai princìpi del ‘900, calibrava le potenzialità dei mercati internazionali con spedizioni dei nostri vini in tutti i continenti. Negli Stati Uniti, con l’avvento del Proibizionismo che vietava l’uso di bevande alcoliche, si inventò il mercato latinoamericano, in Argentina e in Brasile. Ma il 5 settembre del 1920 subì una grave perdita. Il cargo salpato da Genova con il suo carico di vini, fu sequestrato e dirottato a Fiume dai miliziani di Gabriele D’Annunzio. Dall’Argentina i clienti si lamentavano e nonno Michele non sapeva nulla del destino della nave. Solo 6 mesi più tardi, quando riprese il viaggio per la consegna di una nuova partita di merce, apprese che la sua nave era stata deviata a Fiume, e per liberarla dovette pagare in riscatto il 25% del valore del prodotto.

Hugh Johnson, ritenuto il massimo scrittore sul vino, dedicò ad Antonio Mastroberardino un capitolo del suo libro più autorevole titolandolo: L’archeologo della vite

Papà ha avuto una visione lunghissima optando nel dopoguerra per la difesa della viticoltura autoctona. Volle reimpiantare vitigni antichi che avevano sofferto sia gli attacchi della fillossera sia il crollo delle vendite dettato dalla crisi. Agì in controtendenza rispetto agli altri imprenditori, all’università e al mondo scientifico per i quali, col collasso dei mercati, occorreva puntare su varietà più produttive, capaci di far reddito. Prevaleva la logica della quantità a discapito della qualità. Lui combatté questa impopolare battaglia ed ebbe ragione. Finita la guerra, quando l’economia si risollevò, la nostra terra guadagnò un ruolo vincente poiché, mentre altre zone avevano mortificato e avvilito le loro radici, l’Irpinia poté stringere dei nodi di continuità e ancoraggio con la storia enoica dei secoli anteriori. I pregiati Taurasi con le annate del ’61 e del ’68 diventarono vini da collezione riscuotendo un successo internazionale. Poi fu la volta dei grandi bianchi di Avellino. Il Greco e il Fiano balzarono sul podio dei bianchi d’Italia più stimati.

Da imprenditore quali scelte avete perseguito?

Non sono sceso a patti con l’omologazione. Un territorio ha le sue risorse non replicabili o radicabili altrove. Ho preferito non abdicare alla storia della nostra Irpinia. Attualmente abbiamo 270 ettari di proprietà distribuiti in 17 tenute quasi tutte in Irpinia, nell’areale del Greco di Tufo, del Fiano di Avellino e del Taurasi. Ho condotto due operazioni culturali, una a Pompei, nell’alveo di un progetto di ricerca sulla viticoltura antica, e l’altra a Pollica, sulla collina che sormonta il porto di Acciaroli. A Pompei, in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali e la Soprintendenza Archeologica, abbiamo riproposto le tecniche di allevamento della vite in epoca romana, prima dell’eruzione del 79 d.C.

A Pollica, in ossequio al riconoscimento Unesco della dieta mediterranea quale Patrimonio dell’Umanità, ho stipulato un protocollo d’intesa con il sindaco Stefano Pisani, impiantando dei vigneti su terreni di proprietà comunale.

 

Il Radici Resort a Mirabella Eclano è un altro tassello dell’azienda 

Alla fine degli anni ’90 ho fatto un importante investimento sull’hospitality e sull’enoturismo. Il complesso, immerso in un verde curatissimo, con albergo-ristorante, accoglie gruppi di visitatori da ogni parte del mondo.

L’amore per la scrittura è confluito in diverse pubblicazioni di romanzi e poesie, affiancato alla pratica della pittura

Fin da bambino amavo disegnare e dipingere. Mi piaceva scrivere riversando sui fogli emozioni ed esperienze. Poi però, lasciavo chiusi nei cassetti questi quaderni, provandone quasi un senso di vergogna. Dopo un arco di tempo in cui mi sono applicato a libri di carattere scientifico, ho sentito il bisogno di ritornare a questa modalità creativa. Provo a scolpire in un timbro di definitività una sequenza di percezioni. Un libro è una sfida rischiosa poiché non ti concede la possibilità di rinegoziare con te stesso ciò che hai fissato in parole. Nella narrativa, nella poesia e nell’arte scorgo una contraddizione ineliminabile, da un lato l’immutabilità della pagina scritta, dall’altro le infinite chiavi interpretative di chi legge.