Il pareggio impossibile

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Quello che negli auspici del Presidente Mattarella dovrebbe essere “l’anno della sconfitta del virus e il primo della ripresa”, si è rivelato finora la sfibrata prosecuzione di un braccio di ferro interminabile che vede schierati accanto ai due contendenti –Matteo Renzi e Giuseppe Conte – praticamente tutti i protagonisti di una stagione politica travagliata che è iniziata con le elezioni della primavera del 2018 e si concluderà solo con la prossima chiamata degli italiani alle urne. Al punto in cui stano le cose sembra difficile che la partita possa concludersi con un pareggio: il leader di Italia viva respingendo ogni ipotesi di compromesso – rimpasto, crisi pilotata, ingresso nel governo con un ministero di prestigio – si è bruciato tutti i ponti alle spalle, e se non ottenesse le dimissioni del presidente del Consiglio dovrebbe ammettere la sconfitta. Dal canto suo, il premier dopo averle provate tutte, compreso il tentativo piuttosto goffo di rimpiazzare i senatori dissidenti con improbabili rincalzi raccolti in parlamento, non ha altra scelta fra cedere su tutta la linea ingoiando per intero il diktat renziano, o andare alla conta con i rischi di tenuta che ciò comporta. Non sarebbe corretto interpretare in modo univoco il volere del Capo dello Stato, ma quando nel messaggio di fine anno si è letta la frase “Cambiamo ciò che va cambiato, rimettendoci coraggiosamente in gioco”, si è capito che per uscire da una fase di stallo che si prolunga da settimane, si richiede una visione e un coraggio che finora sono mancati a tutti. Di qui l’angoscia appena temperata dalla speranza che ci accompagnerà ancora per qualche tempo.

Nel merito della disputa, al senatore di Rignano va riconosciuta, accanto alla elevata dose di spregiudicatezza e al pessimo carattere al limite dell’autolesionismo, anche la capacità di interpretare esigenze politiche largamente condivise nella maggioranza di governo. Se si guarda ai risultati della trattativa in corso, si noterà che i contenuti della nuova bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza consegnato dal ministro Gualtieri recepiscono molte delle critiche inizialmente formulate da Italia viva in materia di sanità, turismo e istruzione; mentre pare acquisita anche la necessità di modificare la squadra di governo dimostratasi in alcune parti inadeguata. Ma Renzi non si accontenta; ed ecco che, oltre a pretendere una risposta sull’utilizzo dei fondi del Mes, coglie l’occasione dell’assalto dei suprematisti trumpiani al Congresso Usa per rilanciare il tema scottante del controllo sui servizi segreti, punto debole della difesa di Conte, accusato non troppo velatamente di eccessiva subordinazione alla screditata leadership sconfitta dalle urne americane e ora trascinata in una avventura golpista. All’inizio del nuovo anno aveva fatto una certa impressione l’intervista del senatore democratico Luigi Zanda il quale aveva candidamente ammesso che i temi posti da Renzi sarebbero “condivisi anche da Conte”; il che conferma che il dissenso non è sul programma ma sulla guida politica; e su questa l’accordo pare difficile, tanto più che l’evoluzione della crisi strisciante ha svelato un imprevedibile patrocinio di matrice postcomunista sulla figura del presidente del Consiglio. Che nell’anno centenario della scissione di Livorno Massimo D’Alema si sia lasciato sfuggire che a sinistra servirebbe un partito nuovo con qualche tratto del Pci non è passato inosservato, così come ha fatto drizzare più d’un orecchio il sempre maggior peso che nella strategia del Pd sta assumendo Goffredo Bettini, già consigliere di generazioni di dirigenti ex e post comunisti. Un mondo lontanissimo dalla cultura di Matteo Renzi. Anche per questi motivi un pareggio dovrebbe essere difficile.

di Guido Bosa