“Impariamo ad elencare tutte le parole per dire no ad ogni forma di odio”

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Di Antonietta Gnerre

Ho imparato a conoscere la Shoah grazie al mio professore di Storia delle Religioni, Ottavio Di Grazia (leggendo Etty Hillesum, Paul Celan, Primo Levi, Rosetta Loy e tanti altri autori e testimoni di questa immane tragedia). Erano gli anni ’90 quando seguivo il suo corso. Ricordo quando ci portò a visitare la Sinagoga di Napoli. Quel giorno ci accolse Alberta Levi Temin, fondatrice dell’Associazione Amicizia Ebraico-Cristiana di Napoli, membro della ADEI (Associazione Donne Ebree d’Italia), sostenitrice del progetto Saving  Children del Centro Peres per la pace. Proprio in quegli anni Levi Temin aveva iniziato a parlare agli studenti, ai ragazzi italiani, visitando scuole ed istituti. La storia di Alberta è raccontata in diversi libri. Per avere una panoramica più dettagliata basta leggere il libro di Rosetta Loy “La parola ebreo”, Einaudi Gli struzzi. Molto interessante anche il lavoro di Giuseppina Luongo Bartolini “Ebrei in Benevento (secc. XII –XVI). Dalla via della Giudecca al Serralium alla Shoah”, Realtà Sannita.

Quel pomeriggio Levi Tamin ci guardò profondamente, chiese i nomi di tutti i corsisti, poi si presentò e iniziò a parlare della sua storia. Aveva 19 anni quando furono approvate in Italia le leggi razziali, nel settembre del 1938. Nata a Ferrara per sfuggire ai tedeschi si trasferì a Roma con la sua famiglia. A Ferrara aveva insegnato nella scuola ebraica di via Vignatagliata e si era unita in matrimonio con Fabio Temin. Racconta che a Roma ospite di una zia, il 16 ottobre del 1943, riuscì a fuggire alla prima deportazione degli ebrei d’Italia. Grazie all’aiuto del barone Sava cambiò identità, trasformando il suo cognome da Levi a Levigati. Quel giorno io e miei compagni eravamo troppo emozionati per comprendere l’importanza di quell’incontro. L’importanza di ascoltare la testimonianza diretta della storia della famiglia Levi.

Successivamente a quell’incontro, sempre negli anni ’90, ho avuto l’onore di conoscere un’altra testimone diretta della Shoah, Elisa Springer (ospite in diverse scuole irpine, ricordo ancora quando il professor Di Grazia mi disse che mi doveva presentare una grande donna). In quel periodo la Springer era in promozione con  il suo libro “Il silenzio dei vivi”, Marsilio. Figlia della borghesia viennese deportata ad Auschwitz e poi a Bergen Belsen dove conobbe Anna Frank, sopravvissuta al lager, sposò un italiano di Manduria. La sua storia, soffocata per più di cinquant’anni, è tutta concentrata nel suo libro. Una testimonianza tra le più commoventi.

Nel volume la Springer ripercorre la sua vita e quella della sua famiglia. Riporto qui una parte toccante e significativa per comprendere tutto l’orrore: “Come tanti altri sopravvissuti mi ero imposta di non parlare, di soffocare le mie lacrime nello spazio più profondo e nascosto della mia anima, per essere io sola, testimone del mio silenzio; così e stato fino a oggi! (…). La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E’ un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino ‘, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere. I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi si sta paurosamente ripetendo”.

La presenza di Elisa Springer nella mia vita è stata come un dono. Ricordo tutte le telefonate che ci siamo scambiate. L’invito a Manduria, i suoi racconti, la sua immensa sensibilità. Ogni tanto mi ripeteva il suo numero di matricola. Al telefono le leggevo le mie poesie, lei mi ascoltava in silenzio, quel silenzio che aveva imparato a dosare.

Oggi pensando a queste due donne, che non ci sono più, sento un vuoto incolmabile. Perché i cambiamenti, quelli veri, sono ancora fermi. E per evitare che l’odio provochi altre azioni di violenza e di pazzia, occorre ripartire dall’amore, occorre imparare a conoscere le strade che conducono alla pace. Quella pace che ho visto negli occhi di Alberta e di Elisa, malgrado tutto. Malgrado l’orrore che avevano guardato.

Scriveva la poetessa ebrea tedesca Nelly Sachs: “Popoli della terra,/ lasciate alla fonte le parole”. Impariamo ad elencare tutte le parole per dire no ad ogni forma di odio.