La battaglia ai vitalizi dei parlamentari 

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Hanno cominciato i cinque stellati a fare della lotta ai vitalizi dei parlamentari uno dei loro cavalli di battaglia. Li hanno seguiti, anche se controvoglia gli altri partiti ed hanno cambiato la normativa, introducendovi il calcolo contributivo e facendoli decorrere dal 63 anno di età. Sotto una spinta iconoclasta montante e sempre con in testa il M5S il PD ha presentato in Parlamento (approvato alla Camera) il disegno di legge Richetti che tende a ridurre i vitalizi in essere ricalcolandoli con il sistema contributivo.

La battaglia per ritoccare i vitalizi in essere è, però, una porta aperta e abbastanza scoperta per il ricalcolo contributivo delle pensioni dell’INPS in pagamento che superano di tre volte il trattamento minimo, poco più di milletrecento euro al mese, che erano state calcolate –secondo la legge vigente- con il sistema retributivo (in breve il 2% su base annua, per ogni anno di lavoro, sulla media delle retribuzioni più favorevoli del decennio precedente). Non potendo più agire sulla normativa in essere del sistema pensionistico, che è stato già ridotto ai minimi termini con le varie “riforme” che si sono succedute negli ultimi trent’anni (da ultimo l’innalzamento dell’età pensionabile al 67° anno di età –due anni più della media europea -) vogliono mettere le mani sul passato intaccando diritti acquisiti o interessi protetti e minando quel patto/ contratto sociale sul quale si è retta finora la società liberale. Si vogliono far gravare sui più poveri il peso di uno stato parassitario e sprecone, che aumenta le divisioni sociali invece di tendere a diminuirle.

Il Welfare è stata la grande riforma del liberismo dei primi anni del secolo scorso con la creazione del sistema pensionistico, la democratizzazione del fisco, l’assistenza dei minori e l’assicurazione contro le malattie e la disoccupazione. Oggi, nella società della globalizzazione e della finanza, è in fase di dissoluzione. In Italia, in pochi anni, si è passato da uno dei migliori Welfare del mondo (assicurazione dalla culla alla bara) ad uno dei peggiori. L’Inps ha assolto per decenni ad una grande funzione, seppur impropria, di ammortizzatore sociale non solo con le pensioni di invalidità che hanno permesso al Sud di sopravvivere nella povertà, ma anche con la Cassa integrazione guadagni, l’indennità per la disoccupazione e la mobilità, con le pensioni ai lavoratori autonomi e alle centinaia di migliaia di prepensionamenti (pensioni prima dell’età) per salvare migliaia di aziende in crisi e sfoltire i ranghi delle Amministrazioni statali con le pensioni baby.

All’Inps (e agli stessi lavoratori) sono stati addossati costi impropri che dovevano cadere sulla fiscalità generale. Il sistema ha retto per mezzo secolo fino a che si versavano i contributi, ora non regge più perché i contributi o non si versano per disposizioni di legge o sono bassi perché commisurati su bassi e saltuari salari. E questa è una verità che o non viene analizzata dai tanti presunti esperti del settore o viene sottovalutata. Invece di ripristinare i diritti dei lavoratori e pagarli la “giusta mercede” secondo il Vangelo e la Costituzione, si annienta lo stato sociale e si mettono in discussione diritti acquisiti. I futuri pensionati avranno pensioni di fame perché non si versano più i contributi e la prestazione lavorativa è diventata una “variabile marginale” del rapporto di lavoro sempre più precario.

Toccare i diritti acquisiti è sintomo di un società illiberale dove si ritorna l’arcaico principio dell’homo homini lupus. Per effetto della riforma Dini il sistema tornerà in equilibrio fra pochi anni appena ci lasceranno quei pochi fortunati che godono ancora di pensioni calcolate con il sistema retributivo (in vigore fino al 1992). Poi bisognerà trovare il modo di rifinanziare il sistema pensionistico a meno che non lo si voglia sostituire con un generalizzato assegno di cittadinanza o con un più corretto assegno di povertà per i vecchi.

di Nino Lanzetta edito dal Quotidiano del Sud