La lezione di Servidio e la rinascita del Sud

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Di Vincenzo Sbrescia

Secondo l’insigne meridionalista Guido Dorso, “La formazione di una classe dirigente è un mistero della storia che né il materialismo né l’idealismo sono ancora riusciti a svelare”. Si tratta, secondo il Machiavelli d’Irpinia, di un “mi – stero divino”. Proprio la terra di Guido Dorso è stata una fucina di classe dirigente intellettuale e politica, tecnica ed amministrativa che ha dato i natali a personalità colte, eticamente rigorose e di alto profilo che hanno raggiunto le più alte vette. Tra le figure di grande spessore sul piano istituzionale e politico-amministrativo va ricordato il Prof. Alberto Servidio, venuto a mancare a Roma cinque anni orsono, il 31 agosto del 2017. Data la molteplicità di ruoli assunti da Servidio, è difficile sinteticamente delineare l’affascinante itinerario di una personalità che ha assunto rilevanti responsabilità pubbliche e che è stato un protagonista nel comparto delle partecipazioni statali. Riandando indietro con la memoria, ricordo di aver ascoltato una sua brillante relazione in un convegno sui temi infrastrutturali e dello sviluppo del Mezzogiorno (tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90). Mi aveva molto colpito la sua lucidità e la sua visione dello sviluppo infrastrutturale del Meridione; lucidità e visione che emergono con grande forza anche dalla lettura dei suoi saggi scientifici (tecnico –giuridici) sui temi della pianificazione e della programmazione dello sviluppo e dai suoi molteplici scritti meridionalistici. Egli è stato uno dei più competenti politici espressi dalla DC in Campania, molto stimato anche dai colleghi (penso tra tutti agli ex Ministri dell’interno Nicola Mancino ed Enzo Scotti che con affetto lo hanno spesso ricordato nelle sedi pubbliche). Servidio appartiene ad una generazione che si è formata negli anni difficili (ma speranzosi) del dopoguerra e che ha creduto nei valori della democrazia e della libertà; una leva di dirigenti politici e di intellettuali cresciuti nella militanza politica. In particolare, Servidio si avvicinò alla DC che, pur con tutte le contraddizioni, è stata, anche, una formidabile scuola di formazione di classe dirigente, oltre che un laboratorio di elaborazione intellettuale e politica. Le matrici di Alberto Servidio sono, quindi, politiche avendo egli un percorso formativo che ha avuto i suoi prodromi nella vita di partito, oltre che nelle aule universitarie e nelle strutture del Banco di Napoli. Nato a San Martino Valle Caudina il 26 marzo del 1930, vissuto tra Napoli e Roma, egli è stato molto legato ai suoi natali irpini, sempre attento alle aree interne. Iscrittosi, alla fine degli anni ’40, alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli, si laureò nel 1952, discutendo una tesi in procedura penale, con il Presidente Giovanni Leone. Fu, poi, assunto all’ufficio legale del Banco di Napoli. Al contempo, fu attirato dall’impegno politico, come accadeva, sovente, in quella fase di rinascita, ricostruzione e riscatto. In quell’epoca di accese passioni, i giovani erano attratti dalla politica, desiderando partecipare, anzitutto, attraverso i partiti, alla costruzione ed al consolidamento della democrazia nel Paese. Servidio si iscrisse da giovane alla DC napoletana, caratterizzando il suo impegno per il profilo tecnico, avendo egli una specifica propensione ad approfondire le tematiche di natura economica legate, in particolare, allo sviluppo territoriale ed infrastrutturale. Sia per formazione professionale che per attitudini personali, la sua militanza democristiana si esprimeva attraverso le sue doti culturali, intellettuali e politiche. In quell’epoca, i partiti politici svolgevano un rilevante ruolo: erano autentiche officine del pensiero che forgiavano le più brillanti intelligenze. I giovani si formavano nell’aspro confronto dialettico che si sviluppava nelle sedi di partito e tra le varie forze politiche. In questo modo emergevano le classi dirigenti politiche. Ben presto l’impegno in sede locale di Servidio fu premiato con l’elezione a Consigliere nazionale della DC che fu assolto senza lasciare Napoli. Nel ‘64 fu eletto al Comune di Napoli quale consigliere e, poi, quale assessore alla programmazione ed all’Urbanistica. Per la Città furono anni di fermento sul piano dello sviluppo infrastrutturale ed urbanistico. Da assessore la sua attenzione fu anzitutto riservata al nuovo PRG, ma svolse un ruolo decisivo per il varo della tangenziale di Napoli, asse viario che sarebbe poi divenuto l’arteria fondamentale per collegare la Città da Capodichino ai Campi Flegrei. L’apporto fornito da Servidio per la realizzazione della tangenziale è stato ricordato alcuni anni orsono da un manager di scuola IRI, l’ing. Ernesto Schiano, già amministratore delegato di Iritekna e, negli anni ’60, trai tecnici incaricati di impostare e realizzare il progetto per la realizzazione della tangenziale napoletana. Quest’ultimo ha raccontato che quando egli andò a prospettare al Comune di Napoli i problemi relativi alla realizzazione della predetta opera, trovò in Servidio la massima collaborazione per risolvere ogni ostacolo. Il ricordo reso da Schiano è lucido e preciso: “Per mia fortuna l’Assessore all’Urbanistica di Napoli era Alberto Servidio, da tutti conosciuto come uomo di istintiva disponibilità, profonda cultura giuridica ed esperto di programmazione territoriale”. Una volta che Servidio si rese conto degli ostacoli, lavorò alacremente con il suo staff per agevolare l’avvio della grande opera. Così, “in breve tempo, sotto la sua guida, gli uffici tecnici dell’assessorato predisposero e fecero approvare in tutte le sedi competenti, amministrative e politiche, una apposita “variante” al vigente Piano Regolatore Generale. Nacque così la famosa “Variante per la Grande Viabilità”. Dopo l’esperienza comunale, Servidio fu eletto nel primo Consiglio regionale e, dopo poco, fu chiamato alla guida dell’Ente, tra il 72 e il 73, divenendo il terzo Presidente della Regione dopo Carlo Leone e Nicola Mancino. Verso la fine della legislatura fu nominato alla Presidenza dell’ISVEIMER e due anni dopo Ciriaco De Mita da Ministro per il Mezzogiorno lo propose al Governo come Presidente della CASMEZ, ereditando la Presidenza da un altro irpino di eccellenza: Gabriele Pescatore. Per la Cassa fu un’epoca travagliata. L’avvento delle Regioni e l’invadenza della politica avevano indebolito l’incisi – vità della CASMEZ e non mancarono i momenti fortemente dialettici sia nelle relazioni con le Regioni che con il Governo ma Servidio, pur tra molte difficoltà, cercò di tenere saldamente il timone dell’Ente. Fu poi chiamato a dirigere (fino al 1984) la FINAM, società finanziaria per lo sviluppo agricolo del Sud. Nel 1981 ebbe inizio la sua lunga feconda attività nelle partecipazioni statali. Molto apprezzato da Ettore Bernabei, entrò nel consiglio di Italstat e successivamente fu per un biennio al vertice della Società italiana per condotte d’acqua. Diresse, poi, per un triennio, la Italgenco, società leader nel settore delle grandi opere e per un altro triennio la Italtekna. Fu anche al vertice della società Bonifica (fino al 1995) e guidò anche la Edil. Pro (tra il ’93 e il ’94) e la Idrotecna (dal ’91 al ‘96). Intellettuale, scrittore, brillante analista e acuto meridionalista, Alberto Servidio ha sviluppato parallelamente all’azione amministrativa un’intensissima produzione scientifica, saggistica e narrativa tra cui meritano una particolare menzione i saggi di impronta meridionalistica: “Il nodo meridionale”, “Una generazione difficile” e “Mezzogiorno frontiera di libertà”. Quello di Servidio è un itinerario di particolare ricchezza e vivacità, avendo egli ricoperto molteplici e delicati ruoli apicali in una pluralità di ambiti politico-amministrativo e poi nelle società pubbliche. La sua è una personalità poliedrica. E’ stato protagonista della politica e dell’amministrazione campana e nazionale ma anche un manager pubblico apprezzato in Italia e all’estero nel campo delle infrastrutture. Proverbiale sono stati la sua Intramontabile passione per gli studi, il suo rigoroso approccio tecnico, l’attitudine manageriale al comando e lo sguardo lungo da politico di razza.