L’identità si ferma in Europa

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L’identità della destra italiana si ferma alle soglie dell’Europa, dove la minaccia: “Se vinciamo noi è finita la pacchia”, pronunciata appena due settimane prima del 25 settembre, si stempera nel più conciliante obiettivo: “Costruire un rapporto con Ursula von der Leyen, capirsi, creare una chimica”. Perché il nuovo governo che alza la voce a Roma ha poi bisogno di trovare interlocutori benevoli a Bruxelles, e quindi ci tiene a far sapere che “non siamo marziani, ma persone in carne ed ossa”.  Obiettivo raggiunto, con tanto di capovolgimento delle responsabilità, visto che il primo faccia a faccia con i vertici comunitari ha consentito alla neopremier di “smontare una narrazione che è stata fatta sulla sottoscritta e sul governo italiano”. La consumata diplomazia brussellese e i buoni uffici del commissario Gentiloni (che al momento della nomina veniva giudicato un politico fallito mentre ora è un interlocutore competente e indispensabile), hanno contribuito a seppellire un passato fatto di incomprensioni e polemiche sovraniste da una parte e sospetti dall’altra, aprendo la strada per una più realistica impostazione dei rapporti istituzionali fra un Paese fondatore dell’Europa e la triade comunitaria (Parlamento, Commissione, Consiglio). Saranno poi il vertice straordinario di fine novembre e quello conclusivo del semestre a guida della Repubblica ceca a precisare meglio le posizioni, sperando che nel frattempo la Commissione abbia messo a punto la sua proposta su energia e tetto al prezzo del gas, e fatto passi in avanti sui dossier che più ci interessano: modifiche del Piano di ripresa e resilienza, mutualizzazione del debito, riforma del patto di stabilità. Ecco: probabilmente quel che nella sua prima trasferta europea Giorgia Meloni ha compreso meglio è che per superare le diffidenze tedesche e dei paesi “frugali” del Nord Europa occorre tessere alleanze, rendersi credibili, non tentare di forzare la mano per poi misurare il proprio isolamento. Vale anche per l’emergenza dei migranti bloccati nel Mediterraneo a bordo di navi umanitarie in condizioni sempre più precarie. La “difesa delle frontiere esterne” dell’Europa rivendicata come il cambio di passo della politica italiana rispetto alla precedente priorità data alla redistribuzione dei profughi nei Paesi dell’Unione, perde di significato se si confrontano i milioni di ucraini rifugiati in Polonia e Germania con le decine di migliaia ospitati a Sud delle Alpi. Anche in questo caso il sovranismo della destra dovrà fare i conti con la realtà delle cifre e i dettami delle leggi internazionali. Insomma, per valorizzare il tratto distintivo della trasferta italiana a Bruxelles bisogna rifarsi al comunicato della presidenza del Consiglio, dove si legge che “Il” Presidente Giorgia Meloni ha incontrato a Bruxelles ‘la’ Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, ‘la’ Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e ‘il’ Presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Al termine ha tenuto un punto stampa”. In Europa l’identità è una questione di articoli determinativi; solo in Italia diventa parte consistente delle prime mosse del governo, ma anche qui già si avverte però la necessità di fare opportuni aggiustamenti al decreto appena varato onde superare gli scogli di una conversione in legge che al momento appare problematica.

di Guido Bossa